D’amore non si muore

Il destino a volte può anche parlare per bocca di una giovane, graziosa panettiera dalle trecce, la prima a dire a un Capolicchio dodicenne, “Lo sai che hai una faccia da attore?”

Naturalmente bisogna che qualcosa risuoni dentro, che ci sia una “corrispondenza di amorosi sensi.” Fatto sta che da quel momento il ragazzo comincia a pensarci seriamente, e tedia la madre fino a convincerla a lasciargli prendere lezioni di recitazione.

Per pagarsele lavora in fabbrica, oltre a studiare da perito chimico. Ciò dimostra che quando la vocazione è vera, non ci sono santi o scuse. Niente “non l’ho fatto perché non mi hanno lasciato” o “non l’ho fatto perché eravamo troppo poveri”. Se veramente sei un eletto, e non solo un chiamato, le cose le fai succedere, costi quel che costi.

Dalla scuola di recitazione in poi, la carriera di Lino è tutta un crescendo, pur con una dura gavetta. Da Torino, dove si era trasferito insieme alla madre dalla natía Merano- dato che il padre abbandona presto la famiglia- all’Accademia di Arte Drammatica di Roma, dove studia con ottimi insegnanti, e poi in giro per tutto il mondo. Nel frattempo, con altri giovani di belle speranze, fa la bohème, dorme in squallide pensioni e mangia in osterie che fanno credito. Ma è anche il tempo di grandi e struggenti amori, come mai più nella vita.

Tutto questo e molto altro ancora, lo si trova nell’autobiografia di Lino Capolicchio, “D’amore non si muore”, da poco uscita per i tipi della Rubbettino, corredata di preziose foto della Cineteca nazionale e dall’archivio personale dell’attore. Che bene ha fatto a rendere nota la sua vita, un “confesso che ho vissuto” che, pur riguardando principalmente lui, tocca una larga fetta di storia dello spettacolo, tanto che leggerne le pagine significa immergersi nell’atmosfera del cinema e del teatro italiano dagli anni ’60 a oggi.

Capolicchio è attore eclettico, ha alle spalle una solida preparazione, regge bene tanto il palco quanto lo schermo.

È fin imbarazzante. Se si pensa a uno qualunque dei grandi registi italiani, Capolicchio ci ha lavorato: Strehler, De Santis, De Sica, Pupi Avati, per non fare che alcuni nomi, mentre “Il giardino dei Finzi Contini”, “Metti una sera a cena”, “La casa dalla finestre che ridono”, “Uno sguardo dal ponte” sono solo alcuni dei suoi successi cinematografici o teatrali. Essendo poi non solo attore, ma anche uomo di cultura, interessato alla musica, all’arte, alla letteratura, inevitabile per lui entrare in contatto con i circoli letterari e artistici romani, di cui frequenta i più significativi rappresentanti, da Moravia a Pasolini, alla Morante, con puntate anche nel mondo della musica leggera, dove conosce De André, Mia Martini, Rino Gaetano.

Bravura, preparazione e una certa dose di fortuna, trovarsi nel posto giusto al momento giusto, sono il segreto del suo successo. Come quando, a Londra, alloggia per caso nello stesso albergo di Orson Welles, che gli racconta eventi molto privati della sua vita.

Poi, diciamocelo, anche l’aspetto aiuta. Capolicchio non ha false modestie, né riguardo ai suoi successi, né riguardo alla sua avvenenza. ”Sex symbol non si diventa, si nasce”, ammette. Fin da piccolo, alla madre che gli dice, forse per smorzare un po’ la sua vanità, come si faceva un tempo coi ragazzini, “Non ti crederai mica bello, vero?” risponde “No, mamma, però piaccio molto.”

Di cuori ne ha infranti parecchi, anche questo non ha problemi ad ammetterlo, e chiama i suoi amori con nome e cognome (il che costituisce un ghiotto e inedito pettegolezzo, per chi ama il genere). Più che un greve Casanova è un puer æternus, un folletto. Certo, bisognerebbe chiedere alle donne, che pure avrà ferito, conto del suo comportamento amoroso, quanto a lui, per nessuna ha parole negative, anzi, di delicatezza, sensibilità, comprensione dell’animo femminile. Un dolce infedele.

Il libro è ben scritto e, per essere autentico e non standardizzato, come lo sono a volte le opere di scrittori-fantasma, sembrerebbe proprio farina del sacco dell’autore, senza intervento di ghost writers.

La prima parte risulta più fresca e piena di aneddoti, mentre nella seconda è forse troppo lungo l’elenco delle opere cui Capolicchio ha preso parte. D’altronde la sua vita, artistica e personale, è ed è stata ricca, e fa piacere che al momento di bilanci e giudizi che inevitabilmente vengono con l’età, abbia voluto condividerla con noi.

 

D’amore non si muore, Rubbettino, pp. 251, € 18

 

La vita bugiarda degli adulti, l’ultima fatica di Elena Ferrante

Dunque Elena Ferrante dopo la tetralogia dell’”Amica geniale”.

Il nuovo libro, “La vita bugiarda degli adulti” è, come tutti gli altri, ambientato a Napoli, fonte inesauribile di ispirazione per l’autrice. Premettiamo subito una cosa: Ferrante è narratrice di razza, che nel tempo ha accumulato molto mestiere e sa come portare avanti una storia, avvalendosi sia dei mezzi della narrativa “alta” che di quelli d’appendice, quindi nessun suo libro può essere un insuccesso.

La protagonista dell’ultimo è Giovanna, e la vicenda quella dell’approdo della ragazzina alla vita adulta, così che il romanzo tecnicamente può considerarsi di formazione.

Il processo viene avviato da un’osservazione che il padre butta lì credendo di non essere udito, che fa sentire Giovanna brutta o, peggio ancora, somigliante a Vittoria, sorella del genitore, zia bandita dalla famiglia ed epitome di ogni malvagità.

Siccome alle nostre latitudini crescere significa distaccarsi dalla famiglia, Giovanna decide di ribellarsi al divieto di conoscenza e andare a verificare di persona com’è la zia.

Avviene così la discesa dai quartieri alti, dove la ragazzina vive, a quelli bassi e degradati abitati dalla parente, il passaggio dall’italiano al dialetto, la scoperta che la vita degli adulti è tenuta insieme da un perbenismo di facciata, tutti temi già presenti nella tetralogia.

E là come qua molte cose non convincono. Chi scrive ha letto opere precedenti dell’autrice ma non la tetralogia-limitandosi a seguirne la versione televisiva- ma né in quella né nel nuovo romanzo risulta chiaro il perché dell’attrazione di ragazzine sveglie per malavitosi, né il passaggio repentino dalla sensibilità e delicatezza adolescenziali alla sguaiataggine anche sessuale. Non perché un personaggio non possa avere contraddizioni, ma perché queste non sono preparate a sufficienza, e risultano un po’ meccaniche. Anche alcuni dialoghi e situazioni appaiono inautentici. Per esempio, la storia è ambientata a Napoli negli anni ’70, ma le modalità di approccio sessuale sono le stesse che negli anni ’50, con ragazzine prelevate in macchina al fine di un eventuale abuso di gruppo ed espressioni come “ha un gran petto”, che sinceramente non si sentivano più, neanche tra la malavita, dai tempi dei filmetti scollacciati anni ’50. È come se l’immaginario dell’autrice fosse rimasto fissato a quegli anni e là tornasse non appena possibile. Ciò detto, la narrazione è fluida e trascinante, seppure un po’ tirata per le lunghe. È chiaro l’intento di dare al libro un seguito e diluire la suspense per altri due o tre volumi.