Sardegna d’inverno

Sardegna d’inverno

Quando, insieme a un’amica, scendiamo in Sardegna dall’aeroporto di Alghero, è già tardi. Ritiriamo la macchina a nolo, poi iniziamo a guidare, cioè, guida lei che è molto più brava di me, su strade quasi completamente deserte, comode, nuove, con un bell’asfalto liscio. Buio pesto tutt’attorno.

La nostra meta è Sedini, un paese dell’entroterra a una ventina di chilometri da Castelsardo sul Golfo dell’Asinara, dove siamo ospiti di amici. Il villaggio è piccolo, ma ben provvisto di cose da vedere, come ho letto su Wikipedia.

La mattina, appena usciamo, ci rendiamo conto che il paese di case chiare si ingrappola su massi calcarei biancastri e ne è anche circondato.

Ora che è inverno, molte attività sono chiuse, ma davanti ai monumenti ci sono cartelli con numeri di telefono da chiamare. In genere i responsabili vengono, più o meno celermente.

La domus de janas, cioè casa di fate, che vogliamo visitare, è una grotta scavata alla base di un ardito sperone calcareo. Come vedremo in seguito, tutta la regione dell’Anglona, nel nord ovest della Sardegna, è ricca di tufi, graniti, arenarie piene di fessure, crepe, spaccate. A me sembra che in antichità ci si dovessero praticare culti femminili.

La nostra domus de janas fu scavata nel neolitico recente (3500/2700 a.C) utilizzata come necropoli e quindi, dal Medioevo in avanti, come abitazione, con minime differenze di confort da un’epoca all’altra. Per dire, mai né acqua, né luce, ovviamente. Dell’ultima abitazione, a cavallo tra 1800 e 1900, rimangono mobili e suppellettili testimoni della civiltà contadina. Il seminterrato ospita un interessante museo etnografico con testimonianze di processi alle streghe e l’intera confessione di una di esse, dettagliata di voli, pozioni e congiungimenti con il demone Porporino.

A lato schede (redatte oggi) delle numerosissime erbe magiche del posto e le loro proprietà medicinali

Per andare a Castelsardo si passa dalla roccia dell’Elefante -a forma di pachiderma completo di proboscide- bruno rossastra, piena di fori come una madrepora. Anche qui è scavata una piccola domus de janas con dentro un bassorilievo raffigurante corna di toro, simbolo forse di prosperità.

Di Castelsardo, arroccato su uno sperone di roccia che guarda il mare, colpisce la luce, quella di un crepuscolo d’inverno sereno che rende magiche le vecchie case di pietra, le strade deserte e silenziose che portano su al castello dei Doria, ornate di festoni di lampade natalizie. In un bugigattolo illuminato, come un presepio, un marinaio seduto su uno sgabello intreccia nasse, cioè ceste per intrappolare le piccole, saporite aragoste locali, che comunque nella comoda nassa possono continuare a muoversi e nutrirsi ignare della sorte che le aspetta. Ci spiega che le nasse vengono costruite con canne della zona, e che bisogna aspettare febbraio (se ben ricordo) per raccoglierle, quando sono più disidratate. La luce, fuori, trasfigura il posto, potrebbe essere ovunque, sui Pirenei come in Francia, in Marocco o in Tirolo, in una fusione di sogno. All’orizzonte marino strisce rosa e viola, mentre la cattedrale di S.Antonio Abate si scalda all’interno degli ori degli intagli, dei tasselli e dei tortiglioni dei ricchi altari, con al centro statue ingenue e colorate di santi.

La chiesa di S.Maria delle Grazie, risalente al 1300, emana una forte spiritualità. Ospita il molto pregato, lo si sente, Cristo nero, nieddu, così detto dal colore scurito del legno di ginepro di cui è fatto.

Parecchie chiese dell’Anglona sono in stile gotico-aragonese, introdotto nell’isola nel XIV secolo, ma molte sono anche le chiesette romaniche disperse nelle campagne e meta di antichi pellegrinaggi. Alcune alternano righe rosse di roccia vulcanica ad altre di calcare bianco, altre ancora sono scoperchiate o semi affondate, tutte incantano.

Eleonora d’Arborea, catalana di nascita, moglie di Brancaleone Doria, è il nume tutelare del luogo. Regnò con poteri regali, anche se il suo titolo fu quello di giudicessa, su uno dei quattro regni indipendenti della Sardegna, perché la sua casata prevedeva il passaggio di potere alle donne, rammodernò le leggi e governò con giustizia. Morì nel 1403, ma il suo ricordo è ancora vivo. In seguito l’isola passò agli Aragonesi e, dopo vicissitudini varie, ai Savoia.

I negozi di Castelsardo vendono corallo, belle ceste di giunco intrecciate a mano con antichi motivi geometrici, tappeti e coperte ricamate a mano.

Nei giorni seguenti continuiamo a esplorare la zona intorno a Sedini. Le guide indicano tre bellezze naturalistiche principali, la grotta di Conchi, la Pilchina di li Caaddaggi e la fossa di la Lòriga, una grotta di 10 metri con stalattiti e stalagmiti.

Troviamo qualche cartello stinto e ormai illeggibile a indicare la direzione, poi i segnali si perdono e ci si ritrova in mezzo alla campagna. Capita spesso, come se i Sardi fossero gelosi dei loro tesori e non volessero, non si curassero di condividerli con i turisti. In effetti è proprio così. Alcuni siti, poi, sia nuragici che naturalistici, sono privati, anche la grotta di Conchi, veniamo a sapere, se scavalcate i recinti peggio per voi, siete in balia dei maremmani da guardia, dolcissimi se siete insieme al loro padrone, altrimenti no, e delle ingannevoli fessure del suolo: mettere male un piede è un attimo. In paese scuotono la testa, “Non potete andare da sole, non troverete mai i posti, se entrate nelle grotte non ne uscite più, il cellulare non prende. Finalmente un giorno un pastore amico dei nostri amici ci porta alla pilchina, cioè alla piscina. Saliamo, saliamo, terra rossa sotto le scarpe, in effetti da sole non l’avremmo mai trovata, ci afferriamo agli arbusti nei tratti scoscesi, ci apriamo la via tra i rovi, tutt’intorno il verde nero dei lecci, fiori gialli lungo il sentiero. Infine sotto di noi si apre una conca di roccia grigio scuro, tutta muschiosa e fessurata, e l’acqua precipita bianca da un salto di forse 7-8 metri. La cascata è stagionale, d’estate si asciuga. Il posto è umido e misterioso, l’acqua della conca è color fango, scendiamo con molta cautela fino a toccarla. Accidenti se c’è una dea! Se ne avverte la presenza primordiale.

Questo pastore, poi, un bel tipo dagli occhi e dai capelli corvini, asciutto, pieno di energia nervosa, ci fa vedere le sue pecore e gli agnelli. Io ero rimasta a una poesia inglese, forse di Chaucer, ed ero convinta che gli agnelli nascessero a maggio, come molti cuccioli, perché vanno incontro alla bella stagione ed è più facile sopravvivere. Qui invece nascono tutto l’anno, ma soprattutto a ottobre. Il pastore dice che gli sanguina il cuore a ogni agnello o pecora che deve macellare, ma non si può fare altrimenti. La mia amica impara a mungere le pecore, il latte rimasto dopo che l’agnellino si è staccato, io, più schifiltosa e soprattutto non vestita “all’uopo”, la guardo da fuori il recinto.

Ogni piccolo paese dell’Anglona ha i suoi tesori da mostrare. A Perfugas, inaspettatamente, dentro la chiesa parrocchiale di S.Maria degli Angeli, scintilla l’oro zecchino di un sontuoso retablo del XVI secolo di 8 m. e 54 tavole raffiguranti la vita di Cristo, diversi santi e S.Giorgio che uccide il drago. I pregevoli dipinti sono di anonimo, alcuni li attribuiscono al Maestro di Ozieri, lo stile è gotico-aragonese.

Vicino alla chiesa si apre uno dei tanti pozzi sacri di cui è disseminata l’isola, risalente alla cultura nuragica dell’età del bronzo. Costituito di blocchi calcarei bianchi, perfettamente squadrati e incastrati, è quanto resta di un’antica, alta costruzione, luogo di culto del villaggio costruito intorno ad essa. Forse dedicata a una dea, dotata di tavola sacrificale con scolatoio del sangue, metteva in contatto cielo e terra. A pochi chilometri da Perfugas, la chiesetta rossa di S.Giorgio, dove prima era custodito il retablo, poi messo al riparo da incuria e vandalismo in paese, sorge tra i soliti bassi stondati rilievi che caratterizzano la Sardegna. Misterioso è l’aggettivo che più si attaglia all’isola, la cui bellezza non è sfacciata o esibita come quella della Sicilia, ma nascosta e riservata, da conquistare con fatica. Tutto il territorio è perforato di grotte dove è molto facile nascondersi senza possibilità di essere trovati. In una grotta vicino a Tempio Pausania, in Gallura, fu tenuto prigioniero Fabrizio de André insieme alla sua compagna Dori Ghezzi. Ora il paese ha una piazza e una scultura aerea a forma di vele progettata da Renzo Piano dedicata a lui. L’amico che ci ospita ci spiega che la Sardegna è priva di mafia, non ci sono poteri ramificati, non c’è il degrado sempre presente insieme ad essa, la gente, per dire, si cura dei posti, li tiene puliti e in ordine, è attaccata alle sue tradizioni. Il banditismo è fenomeno di individui, non influenza occulta.

Una sorpresa sono i laghi. Il Coghinas forma quello di Casteldoria, dove in un punto sgorgano acque termali calde. Ci sono anche delle terme, infatti, uno sgraziato edificio che rovina l’orrido intorno allo specchio d’acqua. Il lago del Liscia, un lago artificiale formato per sbarramento del fiume omonimo, è largo, sereno, lo solca un battello, lo cospargono piccole isole verdi, lo chiude una vegetazione altrettanto verde.

A poca distanza i giganteschi olivastri di Luras, rispettivamente 4000 e 2000 anni, più altri giovincelli di pochi secoli, hanno chiome enormi e tronchi frondosi. Templi vegetali, Monumenti naturali dichiarati, incutono rispetto e deferenza, come entrare in chiesa. Qui conosciamo un giovane, delizioso, morbido gatto rosso che l’amica chiama subito Gedeone. Ci chiede da mangiare ma non abbiamo niente, risolviamo di portare sempre con noi pane e crocchette per ogni eventualità e ogni animale. In Sardegna i gatti sono molti, apparentemente c’è una specie autoctona a pelo lungo che assomiglia al gatto siberiano, chissà, forse frutto di incroci tra gatti domestici e selvatici. Sono molto socievoli e si fanno accarezzare volentieri.

Un’altra meraviglia naturale è la foresta pietrificata di Carrucana. Il cartello, come al solito, indica fino a un certo punto, poi si perde e ci perdiamo anche noi. Percorsa più volte la stessa strada, deduciamo che la foresta deve essere in un punto attrezzato per i picnic, con un piccolo ruscello, è l’unico possibile. Gli alberi intorno però sembrano vivissimi, spezzo il rametto di uno senza foglie e ho quasi paura di sentirlo parlare come nella selva dantesca dei suicidi. Poi, proprio dirimpetto all’aerea, notiamo su un prato in lieve discesa una specie di tubo di cemento, poi un altro, e un altro ancora, tutto il pendio è cosparso di questi tronchi fossili di 20 milioni di anni fa. In alto una struttura moderna di listarelle di legno, opera di un architetto e costruita con i soldi europei, come leggiamo su un piccolo, sbiadito cartello. Non è che sia brutta, ma è superflua, una cattedrale nel deserto.

Il giorno della foresta pietrificata deve essere anche quello in cui facciamo il bagno su una spiaggia vicina a Castelsardo, oppure no, era due giorni prima, insomma, decidiamo di buttarci nelle acque gelide e ne ricaviamo una bella sferzata energizzante.

A proposito di spiagge, le più belle sono quelle di Costa Paradiso, in Gallura, tra cui Cala Maiore, paradiso dei surfisti, e Cala della Luna. Si raggiunge solo a piedi, dopo una camminata di circa un chilometro e mezzo tra la macchia mediterranea. L’ultima parte è il letto di un piccolo ruscello, ma di pietra in pietra non ci si bagnano neanche troppo i piedi. Valle della Luna perché sembra di essere sulla superficie dell’astro, tra incombenti rocce gialle modellate dal tempo nelle forme più strane, che, come quelle delle nuvole, ci si può divertire a nominare: cane, orso, cavallo. L’acqua è blu. Vediamo aggirarsi sui sentieri in mezzo alle rocce ragazzi schivi con le treccine tra i capelli e pitbull o cani di grossa taglia al guinzaglio. Dunque gli hippy vivono ancora nella valle! Di fronte a una caletta pittoresca, troviamo una targa con scritto “Offerta libera per la comunità”, una cassettina per le offerte dove lasciamo cadere qualche euro, un elefante probabile simbolo del dio Ganesha e cartelli che illustrano lo spirito della comunità. Notiamo che gli hippy tengono bene la valle, senza rifiuti o cartacce in giro. Dopo un picnic sul mare, sulla via del ritorno, ne incontriamo uno più disposto degli altri a parlare. È un bel ragazzo alto, capelli castani e occhi verdi, la faccia di chi assume droghe artificiali, non solo marijuana. Intuisco una storia difficile alle spalle. Ci dice di essere per metà francese e per metà portoghese, nato a Verdun. Parla italiano con accento straniero e inflessione sardo-napoletana. “Anche qui ci sono grotte di prima e seconda classe, è difficile andare d’accordo in comunità, facciamo assemblee in cui ci accapigliamo.” “Ma come vivete, nelle grotte, avete acqua, elettricità?” “Ci laviamo nel mare, oppure c’è un bidone di acqua dolce”. Non specifica se piovana o no, lo sguardo cade ai suoi piedi neri incrostati di sporco come quello che le tribù himalaiane hanno sulla faccia (un po’ anche lui, a dire il vero), alla felpa arancione piena di macchie. “Non abbiamo luce, ma abbiamo dei gruppi elettrogeni per ricaricare i telefonini.” Si mostra informato su Greta e altri fatti recenti. “E per mangiare?” “Ci facciamo i quattro chilometri dal supermarket con la spesa in spalla. Non è troppo faticoso. La gente poi ci aiuta, ci regala del cibo.” Gli lasciamo i resti intonsi e abbondanti del nostro picnic, che gradisce molto. “Ma è tanto che vivi qui?” “Qualche mese. Ora devo andare perché ho lasciato il cane solo, ho un cane, sapete…” Mi si stringe il cuore. Che futuro può avere, un ragazzo così?

E veniamo alle città. Se i paesi in genere sono lindi e curati, Sassari ci stupisce per il degrado, che non migliora troppo neanche nel centro storico con la bella cattedrale barocca. Sporco e rifiuti ovunque, ci chiediamo come mai, ha la più antica università dell’isola, ancora oggi molto frequentata anche da stranieri. Pranziamo in un delizioso ristorante (“Lo chef è stellato”, rivela il bel cameriere nero) ed è come entrare in un antico giardino di Marrakesh, che offriva profumi e requie dallo sporco, dal letame e dai cattivi odori esterni.

Vicino a Sassari c’è il tempio pre-nuragico di Akkoddi, risalente a tra il 4000 e 3650 a.C., unico in Europa. E chi lo sapeva? la scoperta ci riempie di stupore. Facciamo un mezzo chilometro a piedi per avvicinarci e scoprire se è aperto e visitabile, fra stormi di storni che si alzano frusciando in volo e disegnano ricami geometrici di massa nel cielo, e cavalli che sporgono il muso dai muretti, a cui diamo pezzi di pane. Il tempio si fa sempre più vicino, è una specie collinetta dalla cima tronca, ha dei gradini come i templi maia, è uno ziggurat. “Emana energia anche da qui”, nota la mia amica, in effetti è un luogo mistico, potente, vagamente minaccioso o inquietante. Gli inglesi hanno una bella parola per la sensazione che suscita, “awe”, timore reverenziale. La sagoma smussata, simile a quella delle alture erose dal tempo che emergono qua e là nell’isola, la collocazione nel mezzo di una pianura che l’occhio domina a 360°, la luce radente, il fruscio degli storni, tutto contribuisce all’impressione. E sì che lo vediamo di lontano, la biglietteria è chiusa perché, “a causa delle celebrazioni di S.Silvestro potrebbero esserci variazioni negli orari di apertura”. In seguito qualcuno ci dice che è quasi sempre chiuso, non solo il 31 gennaio. Così, un po’ dal cartello fuori dalla biglietteria, un po’ da Wikipedia, apprendiamo che la cima tronca era un altare sacrificale, punto d’incontro tra umano e divino, terra e cielo. Innumerevoli animali, particolarmente bovini, come testimonia il ritrovo di resti di pasti sacri, vi sono stati sacrificati, per propiziare la rigenerazione della vita e della vegetazione. Ancora l’eco di quei sacrifici infesta il luogo.

L’altra cittadina che visitiamo è Alghero, racchiusa da mura cinquecentesche, chic e curata, un’intera via di gioiellerie nuove e antiche dove si vende corallo della Riviera in tutte le fogge.

E i nuraghi? Be’, se ne vedono tanti sparsi qui e là, noi siamo andate a visitare sotto la pioggia battente il nuraghe Rujus vicino a Chiaramonti, accompagnate da un gentilissimo pensionato trovato in un bar, ma solo da fuori, perché in questo periodo quasi tutti i monumenti sono chiusi (o privati tout court). Comunque la civiltà nuragica, che storicamente occupa l’età del Bonzo, anche se in alcune aree della Sardegna si protrasse fino all’alto Medioevo, era una civiltà raffinata, di abili costruttori, pastori e marinai.

Francesca Avanzini

 

OrgansaORGANSA Quello che stupisce soprattutto in “Organsa” di Mariangela Mianiti è il linguaggio, un impasto di italiano e dialetto della Bassa parmense che scolpisce i personaggi non in una materia morbida come il legno o la creta, ma nel granito o in una qualunque altra pietra dura, rendendoli indimenticabili. Chi scrive non ama i pastiche linguistici, che trova in genere arroganti ma, come ha commentato Luisa Muraro nel corso di un incontro tenutosi presso la Libreria delle Donne di Milano, questa “è una lingua che continua a stare in equilibrio nell’italiano”, e meglio non poteva essere detto. La scrittrice conferma di averci lavorato parecchio, perché ogni frase poteva essere formulata “in cinque o sei modi diversi”, con cioè una diversa mistura di italiano e dialetto, ma “qui ho trovato la musica.” Il risultato è qualcosa che, con un minimo di difficoltà, può essere capito anche a Napoli o a Palermo. È un esito che raggiunge chi sa scrivere davvero, come il siciliano di Silvana Grasso, comprensibile anche da noi. Allo stesso modo per Mianiti l’idioletto non è un vezzo, ma un modo per dare credibilità e consistenza ai personaggi. La storia raccontata è una di ordinaria durezza e ingiustizia delle nostre campagne tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Una famiglia contadina, una figlia che ha studiato da sarta, con un particolare talento e creatività nella confezione degli abiti, costretta a servire i genitori-padroni che hanno rilevato un’osteria e la obbligano a una vita che non vuole, tenendo stretti i cordoni della borsa e accentrando tutto nelle proprie mani. E poco importa che la donna sia sposata, perché il marito, a cui lei pure vuole bene, è costretto anche lui nella gabbia dell’ignoranza, senza i mezzi per ribellarsi né allo sfruttamento sul lavoro né ai suoceri. Chi ha sensi non intorpiditi e occhi spalancati è la bambina Aurelia, dal cui punto di vista la storia viene narrata e attraverso cui avviene il riscatto dei genitori che la fanno studiare, al pari degli altri figli, perché si rendono conto che l’unica fuoriuscita dalla miseria, anche umana, è l’istruzione. È malvagia la nonna, matriarca formidabile e implacabile, che governa la famiglia con pugno di ferro, taglia con le forbici la testa alle rane, castra galli e scuoia conigli? È malvagio il nonno parassita che tiene per sé tutto quel che c’è di meglio e lesina alla figlia? Sì, sono malvagi, ma hanno ereditato la spietatezza contadina, la concentrazione sul sé che sola poteva garantire la sopravvivenza in tempi in cui la minima pecca o cedimento significavano morte certa. Hanno ereditato nei geni un attaccamento ai beni e un’avidità che, se non era di tutti i contadini, certo ha a che fare con la fatica del tenersi in vita. La storia raccontata è quella del passaggio da una società rurale a una industriale, che vede a poco a poco le persone dotarsi di automobile, televisione, elettrodomestici, ma anche abbattere platani e cementificare prati per costruirvi parcheggi, rotonde e tangenziali. Romanzo importante per tutti, è imprescindibile per chi vive dalle nostre parti, che ci ritroverà, resi al centimetro, gli ambienti, le atmosfere, le abitudini, la parlata, i caratteri che hanno popolato la nostra pianura dagli anni ’50-’60 a oggi. E ancora il modo di vivere dei paesi, i perdenti, i diversi che si suicidano o finiscono per morire, la voglia di fuga il più lontano possibile, gli interni prima contadini poi piccolo-borghese, la nebbia e i fossi. Tutt’altro che una storia gotica come, per dire, il pur bellissimo “La valle delle donne lupo” di Laura Pariani, il libro è intriso di umorismo e si sta alzati la notte per finire di leggerlo. Francesca Avanzini Organsa, il verri edizioni, pp. 269, euro 16

 

Quello che stupisce soprattutto in “Organsa” di Mariangela Mianiti è il linguaggio, un impasto di italiano e dialetto della Bassa parmense che scolpisce i personaggi non in una materia morbida come il legno o la creta, ma nel granito o in una qualunque altra pietra dura, rendendoli indimenticabili.

Chi scrive non ama i pastiche linguistici, che trova in genere arroganti ma, come ha commentato Luisa Muraro nel corso di un incontro tenutosi presso la Libreria delle Donne di Milano, questa “è una lingua che continua a stare in equilibrio nell’italiano”, e meglio non poteva essere detto. La scrittrice conferma di averci lavorato parecchio, perché ogni frase poteva essere formulata “in cinque o sei modi diversi”, con cioè una diversa mistura di italiano e dialetto, ma “qui ho trovato la musica.”

Il risultato è qualcosa che, con un minimo di difficoltà, può essere capito anche a Napoli o a Palermo. È un esito che raggiunge chi sa scrivere davvero, come il siciliano di Silvana Grasso, comprensibile anche da noi.  Allo stesso modo per Mianiti l’idioletto non è un vezzo, ma un modo per dare credibilità e consistenza ai personaggi.

La storia raccontata è una di ordinaria durezza e ingiustizia delle nostre campagne tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Una famiglia contadina, una figlia che ha studiato da sarta, con un particolare talento e creatività nella confezione degli abiti, costretta a servire i genitori-padroni che hanno rilevato un’osteria e la obbligano a una vita che non vuole, tenendo stretti i cordoni della borsa e accentrando tutto nelle proprie mani. E poco importa che la donna sia sposata, perché il marito, a cui pure vuole bene, è costretto anche lui nella gabbia dell’ignoranza, senza i mezzi per ribellarsi né allo sfruttamento sul lavoro né a quello dei suoceri. Chi ha sensi non intorpiditi e occhi spalancati è la bambina Aurelia, dal cui punto di vista la storia viene narrata e attraverso cui avviene il riscatto dei genitori che la fanno studiare, al pari degli altri figli, perché si rendono conto che l’unica fuoriuscita dalla miseria, anche umana, è l’istruzione.

È malvagia la nonna, matriarca formidabile e implacabile, che governa la famiglia con pugno di ferro, taglia con le forbici la testa alle rane, castra galli e scuoia conigli? È malvagio il nonno parassita che tiene per sé tutto quel che c’è di meglio e lesina alla figlia? Sì, sono malvagi, ma hanno ereditato la spietatezza contadina, la concentrazione sul sé che sola poteva garantire la sopravvivenza in tempi in cui la minima pecca o cedimento significavano morte certa. Hanno ereditato nei geni un attaccamento ai beni e un’avidità che, se non era di tutti coloro che lavoravano la terra, certo ha a che fare con la fatica del tenersi in vita.

La storia raccontata è quella del passaggio da una società rurale a una industriale, che vede a poco a poco le persone dotarsi di automobile, televisione, elettrodomestici, ma anche abbattere platani e cementificare prati per costruirvi parcheggi, rotonde e tangenziali.

Romanzo importante per tutti, è imprescindibile per chi vive dalle nostre parti, che ci ritroverà, resi al centimetro, gli ambienti, le atmosfere, le abitudini, la parlata, i caratteri che hanno popolato la nostra pianura dagli anni ’50-’60 a oggi. E ancora il modo di vivere dei paesi, i perdenti, i diversi che si suicidano o finiscono per morire, la voglia di fuga il più lontano possibile, gli interni prima contadini poi piccolo-borghese, la nebbia e i fossi.  Tutt’altro che una storia gotica come, per dire, il pur bellissimo “La valle delle donne lupo” di Laura Pariani, il libro è intriso di umorismo e si sta alzati la notte per finire di leggerlo.

Francesca Avanzini

Organsa, il verri edizioni, pp. 269, euro 16