A casa di Jane Austen

Jane Austen era rimasta nel grembo materno più a lungo dei canonici nove mesi. Sembra che ciò determini un busto lungo e cagionevolezza nei primi anni di vita. La prima caratteristica la Austen la mantenne nel tempo, dato che era una donna alta e magra, un metro e settanta contro una media femminile del tempo di 1.57. Il dato si ricava dallo studio svolto da una storica della moda su una pelisse (specie di vestaglia da casa e da esterno) marrone quasi certamente appartenuta alla scrittrice. Il prolungato soggiorno nell’utero sembra sia causa anche di un carattere difficile, e se Jane lo mostrò raramente agli altri, con sporadici scoppi d’ira, certo il rapporto con la madre non fu idilliaco (mai le madri sono figure positive nei suoi romanzi, mentre lo sono le pseudo –madri o madri di elezione) al punto che a soli otto anni fu mandata a studiare fuori casa, come già era stato allontanato-ma lui definitivamente-uno dei fratelli sofferente di epilessia. D’altra parte l’istituto dell’adozione era frequente in epoca georgiana.

È ricchissimo di particolari “A casa di Jane Austen” di Lucy Worsley, curatrice del palazzo di Kensington e di altre dimore storiche, un volume di 477 pagine scorrevole come un romanzo che ricostruisce nei dettagli la vita della scrittrice a partire dalle case che occupò. La preoccupazione e l’interesse che molte delle sue eroine mostrano per le case, rispecchiano quelli dell’autrice. “Zitella” e non economicamente indipendente, poteva sempre essere scacciata da casa sua. Cosa che difatti avvenne quando dovette lasciare l’amata canonica di Steventon dove era nata alla numerosa famiglia del fratello James, e vagare in cerca di ospitalità fino a nuova sistemazione

Da dentro a fuori, dall’animo dell’autrice alle sue preferenze culinarie (stufato di vitello e montone con fagioli) esaminando parallelamente i suoi romanzi, la Worsley fornisce un ritratto a tutto tondo non solo della scrittrice ma anche di un’epoca, ricostruendo ambienti e atmosfere, e mostrando come davvero l’intera vita della Austen si riversi nei suoi romanzi. Imprescindibile per tutti i Janeites.

 

A casa di Jane Austen, Neri Pozza, pp. 477 € 19

Carlo Levi

Non è di facile lettura o collocazione “Paura della libertà” di Carlo Levi. Di taglio antropologico, il saggio è necessariamente politico per le conclusioni a cui giunge.

Fu scritto tra il 1939 e il 1940 sulla spiaggia atlantica di La Baule, dalla quale l’autore assisteva agli inizi della guerra, sbocco inevitabile di “quella crisi che aduggiava la vita d’Europa da decenni” e del contrasto tra il leviatano nazista e altri assetti di governo.

Più che analizzare le cause della crisi, Levi intende trovare il minimo comune denominatore di tutte, e lo rinviene “nell’animo stesso dell’uomo”. Quello che scrive è un “poema filosofico”, appassionato e profetico, ricco di spunti ancora attuali.

È il terrore dell’indifferenziato, della massa informe, del caos, dell’oscuro prenatale, del sacro, in una parola, che spinge l’uomo a “a far dei miti, riti; del desiderio, matrimonio”, a tradurlo in leggi, preghiere, formule, incanalarlo in un ordine e un dicibile. La religione muta il sacro in sacrificale, crea idoli, simboli visibili di un inesprimibile. E chi più sacro, e come tale sacrificabile, dello straniero e dell’ospite? E ancora, se lo Stato è dio, tutti gli uomini sono servi, ma qualcuno più di altri “dovrà …portare sulle sue spalle, vittima consacrata, la divinità dello Stato”. Di nuovo lo faranno gli stranieri, che lo siano per origine o per esercitare una funzione considerata estranea e servile, per esempio il commercio in tempi in cui l’unica disciplina nobile è la guerra. Gli ebrei erranti e senza idoli furono schiavi in Egitto come stranieri e come pastori.

Più oltre: “Confusione di diritti, di popoli, di razze, di nazioni, di lingue, di dei: ritorno di tutti alla muta uniformità del sacro”, tale è l’impero romano nella sua decadenza. Forse che questa paura del mischiarsi non ha echi anche oggi?

Ma c’è un punto di mediazione tra l’universale indifferenziato e l’individualismo arido e cristallizzato: la passione. Libertà nella passione, non dalla passione, suggerisce Levi. Passione da cui gli uomini sono spaventati, perché è più comodo e facile dire di sì a un padrone, ma unica prospettiva di libertà.

Paura della libertà, Neri Pozza, pp. 154, € 15