LE TUE MANI MI ABITANO

 

È come al cinema. Basta un fotogramma e si capisce subito se un film è buono o no. Così anche in letteratura: basta una pagina o poco più per accorgersi se c’è ritmo, fluidità, capacità di tenere avvinti alla pagina, in breve, qualità narrativa. Tutte cose che non mancano all’ultimo lavoro di Teresa Giulietti “Le tue mani mi abitano” (Bertoni Editore, pp.176, euro 18).

Detto questo, chiediamoci quale sia il focus, la domanda drammaturgica, la necessità che ha spinto l’autrice a scrivere. Non c’è dubbio: la malattia della madre, donna forte, di grandi capacità, che un ictus rende fragile come una bambina, obbligandola ex novo a imparare a parlare e camminare.

Quando si è toccati negli affetti, ci sembra che per i nostri cari non si faccia mai abbastanza. È comprensibile la reazione di una figlia che vede la madre sottoposta ai rigidi protocolli ospedalieri e che vorrebbe per lei un di più di umanità e calore. Ma pare di cogliere anche qualcos’altro, nel desiderio di vedere i muri delle stanze dipinti a foreste tropicali-magari non troppo riposanti per i pazienti! -e di sentire musica diffusa per i reparti: un irriducibile spirito anarchico, una ribellione contro qualunque sistema troppo rigido, seppure finalizzato alla cura e alla guarigione delle persone. C’è di più. Giulietti è anche naturopata, e vorrebbe contribuire con la sua esperienza, i suoi unguenti, i suoi profumi, i suoi metodi dolci, a rendere più vivibile il soggiorno ospedaliero. Una rivolta morbida, al femminile, contro l’aridità di certi medici e certe cieche procedure scientifiche.

Ma per tornare alla madre. La sua malattia costringe la figlia a guardarsi indietro e anche avanti, a confrontarsi con l’eventualità, la più remota possibile eppure inevitabile, della scomparsa della madre. Ed è tutto uno scorrere dalla vita della madre alla sua, dal passato di lei al suo personale, come se non ci fossero barriere tra di loro, l’una trascorre nell’altra e le loro vite si impunturano insieme avvinte da un unico filo. Non si tratta di fusionalità malata, ma piuttosto di riconoscere e rendere omaggio a quanto la madre ha costruito in lei, a quanto ha contribuito a farne la donna che sa reggersi sulle sue gambe che ora è.

Il libro così si fa anche memoir, tributo a una genealogia femminile che con duro lavoro, schiena dritta e spirito non sottomesso, ha concorso a creare il nostro presente e la nostra società.

Le mani della madre, non solo fisiche ma anche psichiche, per così dire, con tutto ciò che esse rappresentano, hanno plasmato la figlia. Le hanno dato, la forza per massaggiare, la capacità di lenire, accarezzare e aprirsi al mondo senza paura.

Francesca Avanzini