Triade minore

Ancora prima di leggere l’epilogo chiarificatore, chi scrive è andata su Internet ad accertarsi se il musicista Nikolai Medtner fosse realmente esistito e, nel qual caso, se fosse possibile reperire un po’ della sua musica. Sì e sì, e dunque “Triade minore” è un romanzo diabolico, o, per restare in tema con i suoi caratteri, mefistofelico, perché parlando di personaggi che parlano di personaggi che vogliono rilanciare l’ingiustamente trascurato Medtner, insinua nel lettore la curiosità di ascoltarlo.

L’autore Luigi Ferrari, architetto, pluridiplomato in discipline musicali, manager musicale e da ultimo sovrintendente della Fondazione Arturo Toscanini di Parma, è tra i più qualificati per il revival del compositore russo, da lui incontrato per caso su Internet, molto famoso e promettente ai primi del Novecento-al punto da essere definito da Rachmaninov “il massimo compositore del nostro tempo”- fautore della musica tonale in epoca dodecafonica, artista puro che, come Parsifal, persegue controcorrente la sua ricerca artistica e inscindibilmente spirituale in solitudine e povertà.

La sua vita, ricostruita da Ferrari su basi rigorosamente storiche e documentali, presenta di per sé elementi romanzeschi, primo fra tutti la simbiosi/dipendenza psicologica dal fratello maggiore Emilii, geniale ma totalmente privo di talento artistico e il ménage à trois con la moglie di lui Anna, in secondo luogo il sostegno dato, ma presto ritirato a causa della gelosia del fratello, ad Alexei Stanchinsky, anche lui geniale quanto pazzo compositore morto ventisettenne. E poi le frequentazioni dei circoli simbolisti di Mosca e dei maggiori intellettuali europei, il volontario esilio dalla Russia stalinista, le peregrinazioni tra le capitali d’Europa a fianco della moglie Anna, sposata dopo il divorzio da Emilii.

Su questi dati reali, Ferrari impianta una misteriosa storia di doppi, spettri e reincarnazioni, abilmente costruita come un gioco di scatole cinesi, che lascia aperte domande sulla natura dell’arte e sul confine tra fede e raziocinio. Protagonista Brynmor Davies, capo dei programmi radiofonici della BBC gallese, che vive a Cardiff con la giovane moglie Jeanne, critica d’arte e appassionata velista.

Ferrari, alla sua prima prova, è già scrittore maturo. La sua storia, il suo giallo, lo si potrebbe chiamare, perché il morto c’è eccome, stimola non solo l’interesse ma anche l’intelligenza del lettore. E mentre la prima parte fornisce sobrie e comprensibili spiegazioni musicali, funzionali al testo, da metà in poi il libro vola, intrappolando il lettore nell’intreccio e producendo pagine di vera letteratura.

Francesca Avanzini

Triade minore, Ponte alle Grazie, pp. 281, € 16

La ragazza con la Leica

Il 15 settembre a Milano, presso la “Libreria delle donne”, si è svolto un incontro con Helena Janeczek, vincitrice dello Strega per “La ragazza con la Leica” (Guanda, pp.320,€ 13,50) introdotta e intervistata da Rosaria Guacci e Lilli Rampello.

Guacci sottolinea come alcuni abbiano posto problemi circa questo libro, che “non ci dà un ritratto a tutto tondo di Gerda Taro, ma fa parlare tre persone che l’hanno accompagnata in vita, il dottor Willi Chardack, che l’ha amata e ha continuato ad amarla anche quando lei gli ha preferito Georg Kuritztes, Kuritzkes stesso e Ruth Cerf, ex modella e amica con cui la Taro divideva una camera nel 1938.” La Taro non compare mai in prima persona, ma attraverso i ricordi degli altri, cui ritorna in mente nel corso degli anni ’60. Cosicché, morta sul campo nel 1937 durante la guerra di Spagna, a soli ventisette anni, “è una nostalgia lunga vent’anni, una cometa che ha attraversato la storia.”

Guacci rileva inoltre come, secondo la cifra tipica dell’autrice, le cui narrazioni hanno sempre a che fare col ‘900, il libro sia un intreccio di pubblico e privato, un affresco corale, un misto di ricordi famigliari, epica, memoir, nonché un’imponente raccolta di materiali. Janeczek gli ha dedicato sei anni della sua vita.

Rampello nota che questa di Gerda Taro, “è il tassello di una storia più ampia. Si concentra sugli anni ’30, che hanno molte analogie con i nostri. Attraverso la figura di Gerda abbiamo un’idea di quello che vogliono le donne in quegli anni. Non a caso il libro si intitola ”La ragazza con la Leica”, e non “di Capa”. (Famoso fotografo compagno di Gerda, n.d.r.) È una storia di relazioni, di legami che permettono a dei giovani di reagire all’onda del nazismo e costruirsi una vita nonostante esso. Gerda rimane al centro della sua vita e del suo lavoro. Muore tranciata da un carro armato, tenendosi le viscere e chiedendo, ‘Dove sono i miei rullini?’ Anche se nel libro non c’è mai, c’è attraverso le parole degli altri, si disegna attraverso la sua assenza. Lei era soprattutto libera.”

“L’occasione di questo libro è stata una mostra”, spiega Janeczek,. “Quanto alle ragioni profonde per cui nasce un libro, quelle si scoprono solo in fieri. Mi sono incuriosita e mi sono procurata la biografia della Schaber. Per chi si occupa di fotografia, la Taro non è una figura sommersa, ma piuttosto centrale. C’è abbastanza materiale (letterario e fotografico n.d.r.) e non c’era alcun bisogno di un libro come questo, se non il mio bisogno di confrontarmi con quegli anni. Come i canarini in miniera che avvertono prima l’odore dei gas, si avverte ora un odore simile a quello degli anni ’30. Ho subito la fascinazione di questa figura femminile, ma non volevo trasmettere un senso di women empowerment come è di moda ora nelle case editrici, anzi, volevo smontare dei cliché. Per esempio che fosse una specie di femme fatale o di Giovanna D’Arco della Resistenza. Se volevo essere congrua con il soggetto, poi, dovevo usare tecniche più sofisticate che non la biografia e che avessero a che fare col linguaggio letterario del ‘900. Spirali che si innestano su un meccanismo narrativo molto semplice: uno fa una passeggiata per Roma, l’altra lavora con un amico di Capa, e così la ricordano. Gerda diventa l’emblema di un’epoca. Viene idealizzata dai suoi amici, ma aveva anche dei lati sgradevoli, perché era molto orientata a perseguire i suoi obiettivi. Proprio per questo era affascinante, perché era sfuggente, non si dava mai fino in fondo. L’ho amata e a volte odiata, ho pensato che era una stronza. Ma non volevo farlo vedere perché quelli che parlano di lei non lo pensano, salvo Ruth che a un certo punto dice, ‘Quando non aveva più bisogno di te, ti mollava.’ Volevo rendere affascinante un personaggio con dei lati non belli, perché mi piace raccontare personaggi con delle contraddizioni. Mi piace la sua capacità di non perdersi d’animo e di cambiare radicalmente senza rinnegare niente di quel che è stato.”