Autobiografia di una femminista distratta

In “Autobiografia di una femminista distratta”, Laura Lepetit, mitica fondatrice della mitica “Tartaruga”, racconta la sua vita e quella della casa editrice da lei creata, “importantissima nel panorama culturale italiano, senza la quale tanti aspetti della nostra crescita culturale non si sarebbero concretizzati. “

Così la filosofa Annarosa Buttarelli introduce l’autrice nell’incontro svoltosi a Reggio Emilia il 23 aprile nell’ambito delle Giornate della Laicità.

“Un libro necessario” continua, “grazie al quale la casa editrice viene collocata al suo giusto posto, quello che le compete nell’ambito della cultura italiana.”

Senza “La Tartaruga” scrittrici come Karen Blixen, Nadine Gordimer, Doris Lessing, la stessa Virginia Woolf, per non citarne che alcune, non avrebbero avuto il rilievo che meritavano o sarebbero addirittura passate inosservate. Molte di loro sono state tradotte per la prima volta o lanciate, come è il caso di Silvana La Spina e altre eccelse italiane o straniere.

“Non mi accorgevo, mentre scrivevo il libro, di stare facendo il catalogo della “Tartaruga”. Come il contadino della storia di Karen Blixen, che nella notte corre qua e là a caso per i suoi campi, e solo la mattina si accorge di avere creato il disegno perfetto di una cicogna, anche a me il disegno si è rivelato solo in fondo”, spiega Laura Lepetit.

Una prova della distrazione di cui nel titolo? Non pare perché, chiarisce Buttarelli, la distrazione è da intendersi in altro senso. “Si è distratta a lungo dalla sua indubbia capacità di scrittura per lavorare per noi. Non solo. Distrazione per non appartenere a nessuno e nessun gruppo-perché anche il femminismo non è mai stato per lei identificazione-mantenendo l’autenticità, facendo scarti in modo da non essere catturati da nessun pensiero precostituito, e il tutto senza cadere nel nichilismo. Per ciò il libro rientra a buon motivo in un dibattito sulla laicità. Distrazione, infine, dall’inevitabile dolore della vita, per farlo diventare momento costruttivo, alimentando la capacità di ironia.”

“È una descrizione molto bella della distrazione,“ interviene Lepetit, “ma io l’ho scelta con più leggerezza. Fin da bambina ero accusata di essere distratta. Più tardi sono diventata una moglie distratta, una madre distratta… È un modo per salvarsi. Fai uno scarto come fanno i cavalli. Il cavallo sa perché, il cavaliere no. Allora si ricrea l’attenzione. La strada bella e dritta e ovvia va rimessa in discussione”.

Certo è che il titolo riecheggia “Autobiografia di tutti” di Gertrude Stein, autrice di riferimento per Lepetit, sua possibile influenza.

“Riesco a perdonare persino Trump, se l’America ci ha dato Gertrude Stein! Trattava tutto e tutti con grande disinvoltura, arroganza e umiltà. Da lei ho imparato: ha fatto della scrittura un esperimento continuo. Se riusciamo a capire che una rosa è una rosa è una rosa e nient’altro, tutto diventa semplice. Nominare è dare vita, da Picasso all’ultimo cuoco cinese. Sono ambedue autorizzati a esistere, si possono far nascere con la scrittura. Ognuno è autorizzato a essere importante. E questo mi apre il cuore, mi rende Gertrude Stein la madre di tutti noi.”

Per tornare all’oggi, quali sarebbero i consigli di lettura?

“Sono molto disorientata. Non leggo più con una pista, come quando dovevo scegliere i libri per “La Tartaruga”. Non consiglierei dei libri, ognuno ha i suoi percorsi personali. Io fiuto un libro, è l’unico sistema per leggere, passare da un libro all’altro per motivi personali…Una volta capita l’autenticità, tutto il resto annoia….Quando ho cominciato io era come un deserto. Virginia Woolf non era disponibile, certi suoi scritti come “Le tre ghinee” o “Una stanza tutta per sé” non erano nemmeno stati tradotti. Grace Paley e la Munro non le voleva nessuno, facevano dei racconti e non dei romanzi, le si comprava a pochissimo, come anche Nadine Gordimer…Si pubblicavano molti uomini. Anche le scrittrici italiane di sé dicevano, “Io scrivo come un uomo”. Ora è scomparsa la figura dell’editore. Una volta si leggeva un libro Bompiani e si sapeva quello che si leggeva. L’editore pubblicava i libri che gli piacevano. Ora il criterio è quasi solo il possibile successo, non puoi più fidarti di una sigla”.

Francesca Avanzini

Donne che si pentono di essere madri

 

A ben vedere il dibattito non è nuovissimo, è quello tra nature and nurture, natura e cultura, di shakespeariana memoria, ma nuovo, forse, e impensabile prima è il modo di porlo, che tocca uno dei tabù della società: ”Pentirsi di essere madri” è infatti il titolo che la sociologa israeliana con nonna italiana, milanese per la precisione, Ornah Donath, dedica all’argomento, intervistando donne che si sono pentite della suddetta condizione.

Ne ha parlato il 22 aprile a Milano, a “Tempo di Libri”, insieme a Michele Murgia, la scrittrice che, come più volte da lei stessa spiegato, ha scelto di non essere madre adottando però, secondo la tradizione sarda, un “figlio d’anima”, la giornalista e scrittrice Serena Marchi, che ha appena dedicato il libro “Mio tuo suo loro” all’argomento della gestazione per altri, e l’attrice Veronica Pivetti.

Le due scrittrici si muovono a latere di un pensiero forte italiano, “mater sempre certa”, e “di mamma ce n’è una sola”. A volte invece, come nel caso delle donne pentite, non ce n’è nessuna, oppure più di una, quella che fa il figlio e quella che lo “riceve”.

“Volevo dar voce al non detto”, esordisce Ornah Donat. “La società dice sempre alla donna, ‘Se non fai figli, te ne pentirai’, usando il rimpianto per allineare le donne e spingerle alla maternità. Ma il contrario? Donne cioè che possono essersi pentite della maternità? Nessuno ne parla mai, ma ero certa che esistessero, per il semplice motivo che il rimpianto è una delle emozioni umane più diffuse, e dunque doveva esistere anche riguardo a ciò.”

Operazione simile ha fatto Simona Marchi. “Ho preso una sedia scomoda, ma era lì ed era vuota. Mi rendo conto di essere in controtendenza, perché il femminismo italiano si è schierato contro la gestazione per altri. E però in tutti questi anni si è parlato partendo dalla propria idea, mentre io sono andata in stati simili al nostro, europei o americani, a intervistare donne che hanno messo al mondo un figlio per qualcun altro e non lo considerano figlio loro. Non l’hanno fatto per bisogno, come potrebbe essere in India o Thailandia. Volevo capire le loro motivazioni…”

Michela Murgia fa notare il livello di aspettativa sociale circa la maternità è altissimo, ma se poi trovi modi “altri” di fare figli ti stigmatizza. “È possibile”, si chiede, “staccare il nostro essere dalla maternità, dalla nostra capacità generativa?”

“Io ”, interloquisce Veronica Pivetti, “ho prodotto altre cose. Sono felicissima senza figli. Sono più egoista se faccio figli che non desidero. Sono convinta che la maternità sia per pochissime. È uno dei mestieri più difficili.”

“Se ricorro a un utero in affitto”, prosegue Michela Murgia, “devo avere una forte vocazione alla maternità. Perché nel 2017 sono ancora così legata a ‘carne della mia carne’”?

“C’è grande pressione sociale”, rileva Simona Marchi. “Sono gli altri, madri, suocere, amiche, giornali, papi, che spingono, ad esempio, per il secondo figlio. ‘Ma quando lo fai?’ ‘Dopo c’è troppa differenza tra il primo e il secondo…’ In Italia sei donna solo se hai il ciclo e se sei madre.”

“Se dici di no a un figlio”, interviene Ornah Donat, “la gente dubita di te. Non si fida a lasciarti in mano la tua scelta, la tua vita, ma è certa invece che saprai tirare su dei bambini. Le donne sono sempre giudicate. Se non vuoi un figlio, senz’altro è perché vuoi fare carriera. Invece no, rivendico il mio diritto di starmene in casa a tirare aeroplanini di carta al muro, se mi va. La mia identità deve essere riconosciuta ugualmente, non devo provare niente.

Molte delle donne che ho intervistato mi hanno detto, ‘Amo mio figlio/a, ma odio essere sua madre. Lo amo come essere umano, ma non voglio essere con lui/lei in questo tipo di relazione.’ E ancora, ‘Non voglio mentire a mia figlia, non voglio che soffra come me. Come posso prepararla alla vita se le nascondo che sono pentita di essere madre? Lei potrebbe fare lo stesso errore.’ Una studentessa mi ha detto: ‘Per la prima volta mi rendo conto che mia madre rimpiange di avermi avuto. È stata spinta alla maternità dalla società. Per la prima volta non le do colpe e provo empatia. Ho le parole per parlare con lei.’

Non si pongono le stesse domande agli uomini, perché la paternità è sempre stata considerata culturale”.

“La maternità è culturale anch’essa?” chiede Michela Murgia.

“Certamente”, risponde la Pivetti. “Non essere madre è altrettanto naturale che esserlo.”

Michela Murgia: “È forse più contronatura di tutto fare un figlio e darlo ad altri?”

Simona Marchi: “Sono molto combattuta al riguardo. Occorrerebbe una legge. Certo è che le donne dovrebbero mollare il tesoretto della maternità.”

Ornah Donat: “Essere madri non è naturale per tutte noi. Ci sono donne che sanno di voler essere madri sin dai primi giorni della loro vita, e altre che non lo vogliono. Non sono contro la maternità, le madri o i bambini. Sarei patronizzante, se sapessi che cos’è meglio per ciascuno, rispecchierei il patriarcato.”

Francesca Avanzini