Manuale di autodistruzione

 

“They are jealous gods that would have the whole world flat because they are”, sono divinità gelose che vorrebbero l’intero mondo piatto perché loro lo sono. Così Sylvia Plath a proposito degli uomini (intesi come maschi) mentre Baudrillard, idolo intellettuale del secolo scorso, oggi scarsamente citato, parlava di dépense nel senso di spreco di sé, così alieno dalla mentalità corrente. Ma la voga era iniziata ancora prima, con i Romantici che predicavano genio e sregolatezza, la seconda in verità molto più accessibile del primo.

Questo per dire che ogni epoca ha avuto le sue voci fuori dal coro e i suoi outsider.

A ricordarci oggi le virtù del trasgredire Marian Donner, giornalista e opinionista olandese con il suo “Manuale di autodistruzione”.

È un mondo conforme, questo, dove tutti vogliono successo, ricchezza e bellezza ispirati alle

sirene della pubblicità, che li promettono se solo acquisterai una certa macchina, un certo profumo, anche solo un certo rasoio. Persino la bellezza è conforme, ottenuta a colpi di bisturi e ginnastica, perché tutto deve essere liscio e senza imperfezioni. Bisogna attenersi alle mode, mangiare cibi sani, andare in palestra, superare lo scoramento e la depressione magari con un manuale di auto-aiuto, perché né obesità, né povertà, né diversità sono tollerate.

Anche l’amore non è più un rischio. Ammaestrati da film dove attori famosi pronunciano frasi del tipo ”Tu mi rendi una persona migliore”, aboliamo il cuore in gola, lo strazio, la sofferenza provocati dal confronto con l’altro, sempre irriducibile a se stessi, a favore di un brodino di facile tenerezza e superficiale dolcezza. Programmiamo il futuro e non vogliamo incognite, una vita molto simile a quella descritta in varie distopie, di Orwell in primis, dove gli umani sono presi in carico dalla culla alla tomba, manipolati geneticamente alla nascita per selezionare ottimismo e positività, e tenuti a bada con farmaci rasserenanti. È il capitalismo, bellezza, che ammassa ricchezza nelle mani di pochi, arbitri della vita di molti, che consuma e disintegra le risorse del pianeta.

E mi si permetta una nota personale: oltre alle altre, la schiavitù dei social, dove sei obbligato a pubblicare per esistere, perdendo tempo che sarebbe meglio speso, per esempio, a leggere libri o giornali e dove passi a multinazionali, che ti conoscono più della tua mamma, dati che verranno usati a loro vantaggio.

Contro tutto questo, dice Marian Donner, ribellatevi: puzzate, bruciate, sprecate tempo, sbronzatevi anche se  fa male alla salute, e soprattutto danzate. Il corpo in movimento, che suda e si muove al di là degli schemi, imprevedibile, imprendibile, non catturabile, è libero.

Non sono concetti nuovi, quelli espressi nel Manuale, ma ben venga chi ogni tanto ce li ricorda. E Marian lo fa con un’impertinenza da bambinaccia, che fa la lingua e fugge via, senza costrizioni.

Il libro sarà presentato sabato 26 alle 18, nell’ambito del festival “Spiegamelo!” di Salsomaggiore. L’autrice sarà intervistata dalla psicologa Valeria Locati.

 

Manuale di autodistruzione, Il Saggiatore, pp 124, € 14

Léonora Miano: notte dentro

 

Chi ama la lettura conosce il fenomeno: si comprano sempre più libri di quanti se ne riescano a leggere, che poi si accumulano sul comodino o da qualche parte in libreria. L’estate e il Covid hanno contribuito a far calare le scorte, e tra i libri accantonati capita a volte di trovare dei gioielli. È il caso di “Notte dentro”, pluripremiato romanzo d’esordio della camerunense residente a Parigi Léonora Miano, autrice di una quindicina di romanzi di cui solo tre tradotti in italiano, ultimo “La stagione dell’ombra” uscito nel 2019 per Feltrinelli.

“Notte dentro” è stato pubblicato in Italia da Epoché nel 2007, e il motivo per cui viene recensito qui, a parte il fatto che i buoni libri non scadono, è che dà inizio a tematiche mai più abbandonate dall’autrice, e allo sforzo di tradurre l’Africa a chi africano non è. Lo si legge e, nonostante il titolo, si è illuminati, improvvisamente si accende una lampadina, si capiscono tanti aspetti prima incomprensibili o sfuggenti: il perché di capi farneticanti e sanguinari, dei bambini-soldato, di crimini efferati come ad esempio quelli compiuti durante la guerra tra Hutu e Tutsi. C’è ancora un cuore di tenebra nell’Africa: sta nella rassegnazione di genti che hanno visto di tutto senza poter mai reagire, private persino della solidarietà tra esseri umani perché l’imperativo è una cieca sopravvivenza; sta nell’ignoranza di una larga fetta della popolazione, che vive in villaggi a pochi chilometri dalla città, percorrendo i quali si compie anche un percorso a ritroso nel tempo, fino ai primordi dell’umanità. Dopodiché si guardano con occhi diversi gli immigrati, quelli che chiedono l’elemosina davanti al supermarket o ci aiutano nei lavori domestici, sapendo da che realtà forse provengono.

Ayané è stata allevata in uno di questi villaggi, ma da genitori illuminati, anticonformisti e con tendenze artistiche. Mai totalmente accettata dal clan, considerata strega, diversa, va a scuola e fugge poi in Francia per completare l’università, sottraendosi a un destino di sottomissione. Tornata per assistere la madre morente, si sente lacerata tra due identità troppo lontane e inconciliabili. Lei capisce quelle donne, il cui orizzonte è stato talmente ristretto da comprendere solo i riti, i ritmi e le attività immutabili del villaggio: cavare qualche igname, prendersi cura dei figli e delle faccende domestiche, danzare la danza dei morti ai funerali. Donne espropriate di ogni cosa, persino -soprattutto- dei sogni. A loro non si richiede, come un tempo alle nostre, purezza o fedeltà, poco importano, perché la sottomissione ha già avuto luogo prima, quando si è sradicata e tumulata ogni loro speranza. Queste donne si portano dentro un cadavere, un cuore nero. Eppure su di loro si regge l’Africa, sono loro a cui ancora rimane un barlume di coscienza per opporsi ai soprusi, anche a costo della vita.

Ayané vede e non vede un crimine orribile che viene consumato al villaggio, e se prima l’unico suo desiderio era tornare a Parigi e completare la tesi, ora si sente di riassumere la sua identità africana, riconciliarsi con essa. A che fine, con che prospettive, ancora non è chiaro, ma il passo è fatto, il segno lasciato dal delitto è impresso e non potrà più essere cancellato.

Francesca Avanzini

Notte dentro, Epoché, pp.190, € 13,50