Il Male Oscuro

Lodevole l’iniziativa di Neri Pozza di ripubblicare, a 52 anni dalla prima uscita, “Il Male Oscuro” di Giuseppe Berto (pp. 512, € 18).

Abbiamo avuto, in Italia, fior di narratori, da Fenoglio, a Pavese, a Carlo Levi, al tanto vituperato e invece ottimo Cassola, ad, appunto, Giuseppe Berto e molti altri ancora.

È ora che, in un sussulto di orgoglio nazionale, impariamo a valorizzarli, scrollandoci di dosso il senso di inferiorità nei confronti di letterature di altri paesi.

“Il Male Oscuro” mantiene intatta la sua modernità, e stupisce anzi, dato il carattere innovativo e sperimentale della scrittura, che ai tempi abbia avuto un successo tale da richiedere ben dieci ristampe e abbia vinto insieme il Viareggio e il Campiello.

La tecnica è quella del flusso di coscienza mutuata, a dire dello stesso autore, da Svevo e Gadda (da un passo della “Cognizione del dolore” proviene il titolo), per cui le pagine si succedono alle pagine con rarissimi segni di interpunzione, mentre il soggetto assolutamente autobiografico è il racconto di una nevrosi che, originata dall’inflessibile autorità paterna trasformatasi in un altrettanto implacabile Super Io, bracca l’autore e lo costringe praticamente al perimetro della sua camera, impedendogli a causa del panico di prendere ascensori, frequentare posti affollati, spostarsi con mezzi che non siano la propria automobile ecc. Per non parlare della paura di oltrepassare la barriera e cadere nella follia.

Dall’ininterrotto e magmatico sfogo emergono, come sculture che si formino da una melma primigenia, l’educazione famigliare impartita da un padre maresciallo dei carabinieri nella brumosa campagna veneta, gli studi in un moralmente e fisicamente squallido collegio salesiano, la diffusa concezione maschilista della donna, il bordello, i travolgenti sensi di colpa, la ribellione e il trasferimento a Roma, dove un paese in pieno boom si rispecchia nella fiorente industria cinematografica – grazie alla quale Berto sopravvive scrivendo sceneggiature- e negli intellettuali della dolce vita che siedono in Via Veneto.

È qui, nella capacità di raccontare attraverso le vicende personali un’epoca prospera ma già percorsa da sotterranee correnti di malessere, che l’autobiografia, di per sé potenzialmente ininteressante, si salda con la storia di tutti, con quella di un’intera nazione.

Inoltre la narrazione è indissolubilmente intrisa di un umorismo che a volte si fa pura comicità, di modo che sebbene le vicende narrate siano dolorose, non si può fare a meno di ridere, anche sonoramente. Alla fine l’autore guarisce, seppur parzialmente, grazie alla psicoanalisi, circa la quale nutre peraltro molti dubbi, e ancora di più grazie alle doti umane del suo analista, nel quale trova quel padre affettuoso e tollerante che non aveva avuto. Emerge infine il ritratto di un uomo tenero, fragile, ma coraggioso e tenace al tempo stesso, innegabilmente moderno.

Francesca Avanzini