IL SOGGETTO IMPREVISTO. 1978 Arte e Femminismo in Italia

Chi, come chi scrive, è stata giovane negli anni ’70, prova, nel visitare la mostra “Il soggetto imprevisto”, a cura di Marco Scotini e Raffaella Perna, ai “Frigoriferi Milanesi” dell’omonima città fino al 26 maggio, un senso di familiarità. Si viveva a pane e collage, pane e poesia visiva, decostruzione di senso, installazioni, sequenze fotografiche, allora, e vedere riunite insieme tante opere simili dà, insieme a un’impressione di “io c’ero”, anche quella del tempo che è trascorso, inscrivendo le suddette opere nei ranghi dei classici. Anche quelle nate magari per essere transitorie, commentare o contestare il momento.

Un’altra osservazione che la mostra suscita è: “Ma dove è finita l’ironia d’antan?” Forse esisterà ancora, da qualche parte e a nostra insaputa, ma il senso di giovanile irriverenza, forza, ribellione e insieme giocosità e divertimento, è difficile da trovare oggi.

Tutte le opere sono d’artiste: il soggetto imprevisto è la donna, che non si immaginava potesse sovvertire o mettere in discussione i ruoli tradizionali e reclamare per sé la ribalta. L’espressione è tratta da uno scritto di Carla Lonzi, una delle teoriche del femminismo milanese e del femminismo tout court.

La mostra si gioca tra i poli della parola e del corpo, parola come linguaggio, invenzione patriarcale cogente e da sovvertire, portando alla luce lo specifico femminile, un corpo finalmente liberato da corsetti fisici e metaforici, da maschere e travestimenti. Ecco allora la scrittura astratta di Carla Accardi, geroglifici verdi su plexiglas, o le “Trascrizioni” di Irma Blank, in cui solo la ”gabbia” della pagina e la divisione in paragrafi rimane, il resto è segno astratto che mima la scrittura e non significa nulla se non la sua pura energia.

Ketty La Rocca decostruisce l’immaginario comune e accosta immagini femminili stereotipate, tratte da rotocalchi, a scritte non-sense e/o ironiche (“Non commettere sorpassi impuri” accanto alla figura di una bella in costume, “Gradisce un virus?” di fianco a invitanti visi femminili).

Tomaso Binga, pseudonimo di Bianca Pucciarelli, mima col suo corpo nudo, fotografato da Verita Monselles, le lettere dell’alfabeto, riscattando con la corporeità e insieme denunciando, i canoni espressivi entro cui è costretta dalla cultura patriarcale (“Alfabetiere murale”, 1976).

Molte le immagini di donne ingabbiate nei ruoli domestici (ad esempio le foto di Liliana Barchiesi) o le opere costruite (decostruite) con materiali da lavoro femminili quali fili, scampoli, rocchetti (i libri cuciti di Maria Lai, le composizioni a forma di occhi, bocche, vagine di Clemen Perrocchetti, la lenzuolata di Diane Bond che espone feticci del desiderio maschile). Oggi abbiamo fatto l’abitudine a produzioni artistiche del genere, ma allora erano dirompenti.

Il 1978 è stato ritenuto dai curatori anno fondamentale per vari motivi, non ultimo l’uscita a Milano del libro-autoritratto collettivo “Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo”, risultato degli incontri-confronti di un gruppo di artiste (tra cui Paola Mattioli, di cui sono esposte foto) che si incontravano appunto il mercoledì.

Sono i tempi in cui si scopre o riscopre il lavoro collettivo, e testimonianze del Gruppo Femminista Immagine di Varese, del Gruppo XX di Napoli e altri sono pure presenti in mostra.

Negli anni ’70 molte donne scoprono come la fotografia, usata diversamente dai canoni rappresentativi maschili, possa spiazzare stereotipi di genere e sottrarre il corpo femminile alla reificazione, autorappresentandolo e reclamando per sé ruoli da protagonista. In questo senso sono da leggersi le sequenze fotografiche di Paola Mattioli “Diana“ e quella della donna incinta, mentre le foto del parto, di cui molto si parla ma che mai viene fatto vedere , sono di Lisetta Carmi.

La mostra espone oltre cento artiste, tra cui Marina Abramović, Giosetta Fioroni, Giulia Niccolai, Carol Rama.

Francesca Avanzini

Exhibition

Michel Houellebecq

Tranquilli: se leggete Michel Houellebecq per la provocazione c’è, e anche pesante, nel suo ultimo libro “Serotonina”. Al punto da esaltare, “indipendentemente da altri aspetti talvolta opinabili della sua azione politica”, l’operato di Francisco Franco in Spagna a favore del turismo. E non è la sola, ci sono frecciate nei confronti di Mann, Goethe, Freud (“il buffone austriaco”) e molti altri. Eppure la provocazione, per quanto intelligente, appare quasi d’ufficio, quasi doverosa, collocata strategicamente in certi punti libro perché ormai il lettore se l’aspetta.

Se invece leggete Houellebecq per le supposte capacità profetiche-di anticipare cioè gli eventi e le temperie politiche dell’occidente- ebbene, ci trovate anche quelle, fino a preconizzare, nella distruttiva ribellione degli agricoltori che si oppongono alle quote latte, la devastazione dei gilet jaunes.

Ma non sono questi, non solo, i motivi per leggere l’autore francese. Essenzialmente va letto perché è uno dei pochi veri scrittori dei nostri giorni, la cui pagina corre fluida, naturale come un corso d’acqua eppure cesellata. Il lavoro c’è, ci dev’essere, ma non si avverte, il ritmo narrativo risucchia il lettore nonostante la trama lasca, che fino a oltre metà del libro non si sa dove voglia andare a parare. Non ha importanza. La trama è un pretesto per parlare della solitudine, sperdutezza, se così si potesse dire, mancanza di orientamento dell’uomo d’oggi, del maschio, soprattutto, ma anche della donna, se tante si avviano alcolizzate o infelici verso una solitaria vecchiaia.

Giunto al fatale “mezzo del cammin di nostra vita”, il protagonista, un buon lavoro presso il Ministero dell’Agricoltura, nessun problema finanziario, sesso a volontà, un paio di relazioni che potevano costituire l’ossatura della vita fallite per colpa sua, decide di assecondare la sua discesa verso il nulla e ritirarsi dal mondo. Lasciato l’impiego e l’ambigua moglie giapponese, inizia una vita di alberghi di periferia e bungalow, fino ad approdare in Normandia dall’amico di università Aymeric, nobile decaduto riciclatosi agricoltore, e poi di nuovo a Parigi verso un epilogo che non può che essere tragico. Unico sostegno il Captorix, trionfo della scienza nella deriva di tutti i valori, antidepressivo di nuova generazione che richiede però un alto prezzo, per lo scampolo di esistenza che regala, la soppressione totale della libido. Della vita, a ben vedere, perché, con inaspettato romanticismo, Houellebecq sostiene il valore dell’amore come unico antidoto e salvezza.

Lirico, umoristico, spietato, il libro racconta a che punto siamo della notte in un mondo dove tutto è concesso e niente o quasi rende felici.

Serotonina, La Nave di Teseo, pp. 332, € 19