Il fascino di “Come della Rosa”, di Tiziana Rinaldi Castro, sta nell’iniziazione della protagonista alla religione Yorùbá, detta anche Santeria a Cuba e Voodoo a Haiti. Associata per noi a terrificanti riti di magia nera, è invece una religione della natura, ha al suo centro, pare di capire, l’unità dell’uomo col creato ed è basata, come tutte le religioni degne di chiamarsi tali, sull’amore universale.
Poi, sì, c’è la magia e la medicina magica, le erbe masticate e applicate, i sacrifici animali inaccettabili in occidente, anche se poi diamo ai nostri animali d’allevamento morti (e vite) atroci, il trance e la possessione, il volo sciamanico.
Ma, al netto di conchiglie divinatorie, babalawo e orisha, la religione è una, gli archetipi dell’una –Cristo, Parsifal, il sacro Graal- sovrapponibili a quelli delle altre. A volte non importa in cosa si crede, ma chi ci apre per primo la porta. L’italiana Bruna, non casualmente detta Lupo, approda stremata, afflitta da un problema d’alcol, al tempio di Mama Adebambo a Harlem, che non rifiuta mai nessuno. Qui inizia il suo percorso di trasformazione, più che di formazione, che richiede molto coraggio, perché si lascia una realtà nota, per quanto dolorosa, per una totalmente ignota. La strada di Lupo s’incrocia con quella di Emiliano, narcotrafficante innamorato della poesia e dei ponti, anche lui con la sua “quest” o viaggio allegorico alla ricerca di qualcosa. Con un inserto realmente e non metaforicamente on the road attraverso gli stati del Sud, i due sono destinati a un amore perfetto, fino a che le loro strade non divergono per portarli entrambi a scoprire che il Graal è se stessi, la femminilità, il centro, in un sovrapporsi di simboli che formano il mandala di una rosa. Parole-chiave il sacrificio di sé, l’arrendersi. E il lettore si convince infine che la trasformazione è possibile anche per lui.
Francesca Avanzini
Come della rosa, Effigie, pp. 292, € 19
