“Per raccontare le vicende di migliaia di persone cacciate per costruire una diga o la condizione dei musulmani perseguitati come un tempo gli ebrei in Europa, occorre usare la finzione”. Così Arundhati Roy in un recente intervento a Bologna, parlando della sua ultima opera, “Il Ministero della Suprema Felicità” e riscegliendo, dopo un lungo allontanamento, il romanzo al posto della saggistica come mezzo più atto a trasmettere le storie degli ultimi della terra.
Sgombriamo subito il campo dalle domande più urgenti. È valsa la pena di attendere tanto? Il romanzo vale quel “Dio delle piccole cose” che la lanciò vent’anni fa procurandole fama e consensi unanimi? La risposta è sì e sì. Ma chi si aspettasse l’impatto, l’urgenza, la capacità di colpire dritto al cuore del primo, sarebbe sulla strada sbagliata. Il nuovo libro è opera densa e stratificata, l’autrice è maturata e così la sua scrittura.
Attraverso un complesso intreccio di piani temporali e punti di vista, con inserti di materiale extra-narrativo- pseudo-opuscoli biografici, comunicati-stampa, elenchi -che fanno virare il romanzo in senso vagamente sperimentale, si dipanano le vicende di un gruppo di outsider che sarebbero piaciuti a De André. Intoccabili, perlopiù, ma non solo, che anche i personaggi di alta casta sono rosi da un tarlo segreto, un “conflitto tra India e Pakistan” dentro di sé. Il tutto narrato senza sentimentalismi, con un tocco di truculenza, humour nero o semplice umorismo.
Anjum, dunque. Nato da padre medico amante della poesia e madre affettuosa, è ermafrodito e per di più musulmano, bersaglio dei nuovi nazionalisti. Il suo destino è diventare hijra, travestito, bistrarsi gli occhi, indossare sete e lustrini e vivere ai margini. Finisce per costruirsi una casa sulle tombe degli avi al cimitero, tenendo aperto il varco tra vivi e morti, semi-divina sentinella tra due mondi. Intorno una società di derelitti, hijra come lui/lei, intoccabili, picchiatelli o semplicemente bizzarri, persone che non stanno alle regole. Né alle regole sta Tilo, padre intoccabile, madre insegnante cristiana che l’ha scandalosamente allevata da sola. Tilo è bella, particolare, anche se nera come una corteccia. Di lei s’innamorano, restandole legati a vita, tre suoi compagni d’università, tra cui Musa, combattente per la libertà del Kashmir. Sulle storie dei protagonisti s’innestano a mo’ di scatole cinesi decine di altre, forse troppe, quasi tutte di ferocia, torture, stupidità di uomini che si accaniscono gli uni contro gli altri. Il potere corrompe e divide, fa il doppio o triplo gioco, arma il nemico o ci commercia a seconda della convenienza. Roy dimostra una profonda conoscenza dei meccanismi del capitalismo e li avversa, ma dove dispiega il suo grandissimo talento è nel comporre un affresco dell’India contemporanea, coi suoi disperati che dormono per strada, le mostruose tangenziali e le periferie ammorbate dall’inquinamento, i graziosi quartieri residenziali con mucche e tori che girano per le strade, la vertiginosa bellezza del Kashmir, la faticosa emancipazione femminile e tutti i contrasti che noi Occidentali non riusciremo mai a capire. La capacità di evocare un mondo è potente, il tocco di razza si vede nella cura dei particolari: anche i personaggi secondari, le comparse o i figuranti sono ben caratterizzati, magari dal modo di tamburellare le dita o di camminare. Un’attenzione particolare è dedicata agli animali, ultimi nella catena dello sfruttamento, cui l’autrice estende la sua pietas. Solo gli ultimi alla fine, riescono a superare le barriere. Nella loro utopica, pittoresca, scalcinata, allegramara congrega mischiano caste, pelli e preghiere, realizzando il massimo di felicità concesso sulla terra. Unica legge la solidarietà. La speranza passa per due bambine, come Cristo venute alla luce tra i rifiuti. Intorno a loro si ricrea il mondo e ruotano le costellazioni.
Francesca Avanzini
Il Ministero della Suprema Felicità, Guanda, pp. 493, € 20
