La notizia-se buona o cattiva lo deciderà il lettore-è che tra 50 milioni di anni ci sarà ancora Pippo Baudo. Tanto a lungo persisterà la bolla delle trasmissioni radiofoniche e televisive lanciate nello spazio dai tempi di Marconi. Alcune avranno oltrepassato il sistema solare, così i nostri varietà, per quanto un po’ fonicamente allungati, delizieranno ancora eventuali extraterrestri.
Lo si apprende nel corso della conferenza tenuta dall’evoluzionista e filosofo della scienza Telmo Pievani alla XVI edizione del Festival della Mente di Sarzana, dedicata al futuro. L’esercizio proposto- che è anche il tema del libro La terra dopo di noi, in uscita a fine agosto per le edizioni Contrasto, con spettacolari foto di Frans Lanting- è immaginare il mondo senza umani, non in seguito a una catastrofe, ma come puro esercizio speculativo.
Cosa succederebbe? Già dopo poche ore, per via del crollo della manutenzione e della consunzione dei macchinari, ci sarebbe oscurità, fuoriuscita di liquami e ogni altro prevedibile effetto; poi sarebbe la volta di vetri e infissi in balia degli agenti atmosferici.
Dopo pochi mesi la vegetazione avrebbe occupato larghi spazi, mangiandosi gli edifici e riducendo persino New York a foresta. Sulla costa il mare corroderebbe tutto. Lasciati a se stessi, gli animali domestici e d’allevamento soccomberebbero ai predatori. Più possibilità di sopravvivenza avrebbe il gatto, mai completamente domato.
Passano decenni e la natura si riprende la sua parte, millenni, e torna la biodiversità.
Dapprima sarebbe il trionfo di corvi, cornacchie, crostacei e insetti, ma a poco a poco si ristabilirebbe l’equilibrio. Di noi, tra decine di migliaia d’anni, rimarrebbe solo la plastica. Abbiamo inventato un materiale che la natura non riesce a digerire.
100.000 anni: le scorie nucleari non si sono esaurite, ma il clima terrestre si è ristabilito e sono ricominciate le glaciazioni. Oggi, se tutto fosse normale, dovremmo andare verso un periodo più freddo, ma sappiamo che non è così.
L’esercizio del pianeta senza di noi è un’occasione preziosa: il pianeta senza di noi starebbe benone, non siamo indispensabili. Dobbiamo rispettarlo e meritarcelo per motivi puramente egoistici.
È possibile che quanto immaginato si avveri? Sì, in primo luogo perché gli uomini non ascoltano la scienza. Le estinzioni sono irreversibili, e noi negli ultimi cinque secoli abbiamo sterminato il 42% della biodiversità, peggio dell’asteroide che ha distrutto i dinosauri. Salvo che i dinosauri non sapevano che si sarebbero estinti e non furono causa della loro estinzione. Secondariamente è ormai appurato che il 90% dei cambiamenti climatici è antropico. Sappiamo già che gli accordi sul clima non verranno rispettati e dunque dovremo adattarci al cambiamento climatico. Abbiamo cambiato il mondo, ma poi il mondo cambia noi, ed è un gioco pericoloso. Per terzo viene il principio della rana bollita. La rana in pentola dapprima è contenta del tepore dell’acqua, poi sappiamo come finisce. Così per noi il riscaldamento climatico è controintuitivo. Non ci crediamo davvero, perché abbiamo una mente poco lungimirante che non capisce gli iperoggetti. La gente dice, ma dov’è il cambiamento climatico col maggio freddo e piovoso che abbiamo avuto? L’abbiamo avuto proprio per via del riscaldamento climatico, che produce lingue di caldo e freddo durevoli.
Insieme all’alce irlandese, che per attirare la femmina si è fatto crescere un palco di corna dal peso insostenibile, noi siamo l’unica altra specie self-endangered. Ma si possono fare molte cose tutte insieme per evitare l’estinzione, non è vero che non possiamo niente. La natura non è né buona né cattiva. La scelta è nostra, morale, politica sociale.
Sempre in tema di futuro, uno degli interventi più interessanti è stato quello del neuropsichiatra inglese in forze presso l’università di Cambridge Edward Bullmore, autore per Bollati Boringhieri di La mente in fiamme.
Per rendere più vivace una narrazione altrimenti troppo tecnica, lo psichiatra decide di ricorrere a episodi biografici. Ricorda come, fresco di specializzazione, incontri un paziente che riferisce di vedere tutto nero, senza più piacere in niente, nessuna speranza per il futuro e sensi di colpa riguardo al passato. Al suo commento “Potrebbe trattarsi di depressione”, non rimane molto colpito. Gli chiede piuttosto, “Che cosa può fare per me?” Il medico gli spiega del tale e tal altro farmaco che, agendo sui livelli di serotonina nel cervello, potrebbe apportargli beneficio. Al che il paziente risponde, “Come fa a sapere che i miei livelli di serotonina sono bassi?” Già, non c’è modo di saperlo, e Bullmore si sente come un ciarlatano alle prese con la teoria degli umori. A distanza di trent’anni, ancora non c’è modo di rispondere alla domanda del paziente, benché certi studi dimostrino che farmaci del tipo proposto funzionano piuttosto bene nella media dei pazienti. E però la metà o un terzo non risponde alle cure.
L’incontro con una paziente artritica che lamenta di essere anche triste, accende la classica lampadina nella mente del giovane scienziato, che comincia a pensare all’infiammazione come possibile causa di depressione. “L’infiammazione”, spiega, è come la punta di un iceberg. È in un solo punto, ma quel che succede nel corpo è parecchio e ha a che fare col sistema immunitario. Le proteine infiammatorie se ne vanno a spasso nel sangue e arrivano dappertutto, anche nel cervello. L’idea che l’infiammazione nel sangue fosse in relazione con la mente era impensabile trent’anni fa. C’era il muro di Berlino, intorno al cervello. La grande idea è che corpo e mente sono in comunicazione e lo sono attraverso il sistema immunitario. Dai test risulta che persone depresse hanno più alti livelli di proteine infiammatorie nel sangue, anche se non presentano evidenti sintomi fisici. Test per le proteine infiammatorie fatti su bambini di otto-nove anni che dieci anni dopo sono diventati depressi, hanno dimostrato che l’infiammazione preesiste alla depressione, in altre parole, provoca depressione.”
Sono vari i modi in cui le cellule che portano fattori infiammatori possono comunicare col cervello. L’infiammazione non è provocata solo da artrite. Obesità, malattie delle gengive e molte altre cause fisiche possono portare alla depressione. Anche lo stress sociale è causa di depressione, per esempio la perdita di persone care, del lavoro o l’abbandono del partner.
Il nostro sistema reagisce come se si trattasse di malattie infettive. Le cause di infiammazione sono molte, e si crea poi un circolo vizioso. Le medicine antinfiammatorie possono essere anche antidepressive, ma non è universalmente vero. La medicina sta cercando di mettere a punto un esame del sangue che possa stabilire un nesso causale tra depressione e infiammazione. Se questo non sussiste, si aggredirà la malattia con un altro tipo di farmaci. Non solo le medicine tuttavia danno sollievo. Il nervo vago si può stimolare elettricamente con effetto antidepressivo; la psicoterapia, lo yoga, la meditazione, la dieta possono avere effetti antinfiammatori. Gli antinfiammatori possono aver effetti rilevanti nella cura dell’Alzheimer. Ci sono proteine in eccesso nell’Alzheimer. Il sistema immunitario le vede come virus e le attacca, scatenando la demenza. I nuovi farmaci antidepressivi possono avere effetti antinfiammatori e viceversa. Occorrerà una trentina d’anni per mettere a punto un approccio che distrugga l’apartheid medico. Siamo alle soglie di una rivoluzione, al ribaltamento del retaggio cartesiano. Corpo e mente non sono più separati.
