Angela Carter

Si rivela un classico, “Notti al circo” di Angela Carter (pp.428, € 18) appena ripubblicato da Fazi a trentatré anni dall’uscita. Con un di più di speranza in un mondo migliore rispetto al cinismo odierno, la carica iconoclasta, ribelle e femminista tipica delle scrittrici anglofone degli anni ’80 (cfr., per non citarne che due, Jeannette Winterson o Fay Weldon) la spinta egualitaria, l’attenzione a emarginati, freak e outsider che avrebbero dovuto portare la fantasia al potere, i personaggi della Carter si librano (è il caso di dirlo) tra il mito e immortali creature della fantasia quali Gargantua o Morgante.

Fevvers è una gigantessa di “un metro e ottantacinque senza calze” per ottantotto chili, nata da un uovo e dotata di un paio d’ali di proporzionale apertura, tinte di cremisi e viola per potersi più efficacemente esibire nel circo di cui è l’attrazione principale. La Venere Cockney, abbandonata nei bassifondi e venuta su in un bordello, è tanto pronta ad aiutare i più sfortunati e commuoversi per le loro vicende, quanto avida, pragmatica e terra terra sebbene, come tutti i personaggi del libro, incline a filosofeggiare. Londra è ai suoi piedi, ricchi e potenti le offrono preziosi regali tra tonnellate di fiori, caviale, champagne e carrozze foderate di zibellino. (La vicenda è ambientata tra l’ultimo anno dell’ 800 e l’inizio gravido di aspettative del nuovo secolo).

S’innamora di lei anche un avventuroso giornalista americano che, facendosi assumere come clown, la segue nella tournée circense che dalla Russia dovrebbe portarla in Cina. La trama potrebbe benissimo riassumersi così. “Notti al circo” non è un romanzo di trama bensì di scrittura, che come dal classico cappello a cilindro, tira fuori a ogni piè sospinto invenzioni ed emozioni da lasciare a bocca aperta. La Carter è una specie di Nadia Comăneci della scrittura, e come quella faceva fare ciò che voleva alle membra, così lei, con apparente facilità e fluidità, fa nascere l’una dall’altra situazioni, delinea caratteri, racconta luoghi esotici. Un altro paragone potrebbe essere quello di riccioli o volute barocche che sgorgano e si espandono l’uno dall’altra senza soluzione di continuità. La scrittura sontuosa e la fantasia scatenata tratteggiano impresari di circo vestiti a stelle a strisce con sottobraccio maialine intelligentissime e profetiche, scimmie studiose, tigri che ballano il valzer addestrate da sedicenti principesse etiopi , orfanelle di chapliniana memoria o degne di Victor Hugo, lugubri gallerie di mostri umani, come quella di Mrs Schreck, destinate a erotomani perversi, puttane dal cuore d’oro vestite come l’ammiraglio Nelson e come questo monocole e armate di spadino, o ancora sciamani siberiani dagli abiti di piume e specchietti. Evocano soprattutto la demoniaca danza dei clown capitanati dal gigantesco Buffo, cui la Carter dedica pagine sublimi.

In una continua commistione tra uomini e animali lontana dalla visione antropocentrica, la scrittrice crea la sua personale cosmogonia e rifonda il mito, delinea un mondo più giusto, libero e nuovo nella quale le donne hanno grande parte.

Francesca Avanzini

Il Male Oscuro

Lodevole l’iniziativa di Neri Pozza di ripubblicare, a 52 anni dalla prima uscita, “Il Male Oscuro” di Giuseppe Berto (pp. 512, € 18).

Abbiamo avuto, in Italia, fior di narratori, da Fenoglio, a Pavese, a Carlo Levi, al tanto vituperato e invece ottimo Cassola, ad, appunto, Giuseppe Berto e molti altri ancora.

È ora che, in un sussulto di orgoglio nazionale, impariamo a valorizzarli, scrollandoci di dosso il senso di inferiorità nei confronti di letterature di altri paesi.

“Il Male Oscuro” mantiene intatta la sua modernità, e stupisce anzi, dato il carattere innovativo e sperimentale della scrittura, che ai tempi abbia avuto un successo tale da richiedere ben dieci ristampe e abbia vinto insieme il Viareggio e il Campiello.

La tecnica è quella del flusso di coscienza mutuata, a dire dello stesso autore, da Svevo e Gadda (da un passo della “Cognizione del dolore” proviene il titolo), per cui le pagine si succedono alle pagine con rarissimi segni di interpunzione, mentre il soggetto assolutamente autobiografico è il racconto di una nevrosi che, originata dall’inflessibile autorità paterna trasformatasi in un altrettanto implacabile Super Io, bracca l’autore e lo costringe praticamente al perimetro della sua camera, impedendogli a causa del panico di prendere ascensori, frequentare posti affollati, spostarsi con mezzi che non siano la propria automobile ecc. Per non parlare della paura di oltrepassare la barriera e cadere nella follia.

Dall’ininterrotto e magmatico sfogo emergono, come sculture che si formino da una melma primigenia, l’educazione famigliare impartita da un padre maresciallo dei carabinieri nella brumosa campagna veneta, gli studi in un moralmente e fisicamente squallido collegio salesiano, la diffusa concezione maschilista della donna, il bordello, i travolgenti sensi di colpa, la ribellione e il trasferimento a Roma, dove un paese in pieno boom si rispecchia nella fiorente industria cinematografica – grazie alla quale Berto sopravvive scrivendo sceneggiature- e negli intellettuali della dolce vita che siedono in Via Veneto.

È qui, nella capacità di raccontare attraverso le vicende personali un’epoca prospera ma già percorsa da sotterranee correnti di malessere, che l’autobiografia, di per sé potenzialmente ininteressante, si salda con la storia di tutti, con quella di un’intera nazione.

Inoltre la narrazione è indissolubilmente intrisa di un umorismo che a volte si fa pura comicità, di modo che sebbene le vicende narrate siano dolorose, non si può fare a meno di ridere, anche sonoramente. Alla fine l’autore guarisce, seppur parzialmente, grazie alla psicoanalisi, circa la quale nutre peraltro molti dubbi, e ancora di più grazie alle doti umane del suo analista, nel quale trova quel padre affettuoso e tollerante che non aveva avuto. Emerge infine il ritratto di un uomo tenero, fragile, ma coraggioso e tenace al tempo stesso, innegabilmente moderno.

Francesca Avanzini