La figlia del Caucaso

Da tempo il regista e scrittore parmigiano Giancarlo Bocchi si occupa dei diritti degli ultimi, portando la sua macchina da presa nelle zone di conflitto, da quelli più caldi ai più dimenticati.

La sua ultima fatica, il documentario “La figlia del Caucaso”, visibile per il pubblico solo tra qualche mese, ha già vinto importanti premi internazionali.

La figlia del Caucaso è Lidia Yusupova, madre circassa e padre ceceno, deportati da Stalin in Kazaksthan, come molti compatrioti, nel 1944, ai tempi delle prime guerre indipendentiste contro la Russia delle regioni del Caucaso, cui seguirono altre due nel corso del Novecento, lasciando i paesi devastati e impoveriti.

Lidia Yusupova, viso di grande intensità e bellezza, che buca lo schermo non al modo delle massificate bellezze occidentali, è attivista per i diritti umani.

L’obiettivo la segue nei suoi pellegrinaggi per redazioni e uffici di associazioni per i diritti civili a Mosca, in Inguscezia e altrove. Sono spesso gremiti: in nessuna delle repubbliche del Caucaso i diritti umani vengono rispettati.

Ci si può schierare dove si vuole nei conflitti, dalla parte della Russia o dei popoli calpestati, si può pensare, come fa la Russia, che essi siano infiltrati di terroristi wahabiti.

Ma una cosa è certa: nessuno può essere rapito, fatto sparire e ritrovato cadavere senza un giusto processo. Donne e uomini nel fiore degli anni, studenti universitari, intellettuali o semplici lavoratori che avrebbero potuto contribuire al benessere del loro paese, finiscono torturati e se va bene, se non spariscono per sempre inghiottiti da un buco nero, ritrovati cadavere a bordo di una macchina o a lato di una strada.

La storia è la solita, uguale a troppe altre di paesi a rischio: un tiranno, un satrapo, un dittatore, chiamatelo come volete, con l’appoggio di una grande potenza, in questo caso la Russia di Putin, fa ciò che gli pare del suo paese, sequestrando le vite, la libertà e le ricchezze dei cittadini, facendo sporchi affari di petrolio o altre materie prime con la potenza che lo spalleggia.

Il documentario di Bocchi porta l’attenzione su questo “groviglio sanguinoso”, questa “democrazia insanguinata”, nelle parole di Yusupova, e lo fa con grande purezza formale, immagini di trascinante forza espressiva, pulizia, eleganza e sobrietà di inquadrature, sia che ritraggano la protagonista nella casa moscovita con i suoi gatti, nei passaggi in metropolitana, nel villaggio natale con le zie dal fazzoletto annodato in testa come le nostre contadine di un tempo, o alle prese con le funzionarie e i giornalisti che si battono per la sua stessa causa. Come valore aggiunto, si entra in contatto con posti lontani e sconosciuti, che ci si augurerebbe tanto di poter vedere da turisti.

Ma la protagonista indiscussa rimane Yusupova, pedinata passo passo e inquadrata in primi piani luminosi che ne fanno emergere la forza e il coraggio.

La sua vita è a rischio, ma il senso di giustizia prevale su ogni altra considerazione personale.

Parma Meravigliosa

Agile, scorrevole, spigliata, esaustiva dei luoghi comuni e non comuni riguardanti la nostra città, è “Parma Meravigliosa”, della concittadina Teresa Giulietti.

Più che una guida, una narrazione, rivolta tanto ai visitatori quanto ai parmigiani, perché reimparino la loro città, la vedano come un organismo che, pur ritenendo le concrezioni del passato, è capace sempre di nuova vita e nuove sorprese.

Il cicerone che ci prende per mano nell’esplorazione delle strade, dei monumenti, delle atmosfere cittadine, ha una sensibilità particolare e, avendo studiato arte, può parlare con cognizione di causa della “capigliara”, il turbante indossato dalla “Schiava turca” del Parmigianino, del vortice di corpi dalle anatomie ardite che danzano nella luce d’oro della cupola correggesca in Duomo, o delle architetture metafisiche della Pilotta. Ma in più ci mette la faccia, narra in prima persona, mischia alle notizie opinioni e ricordi personali. Insomma, è innamorata della propria città e ne parla, come dice Carlo Lucarelli nella prefazione, “con sincerità e passione.”

La guida- racconto prende in esame tutti, ma proprio tutti gli aspetti della città, dalla supposta “puzza sotto il naso” degli abitanti, alle violette della Duchessa, alla tradizione canora, l’eleganza delle donne, il cibo, il Cigno di Busseto, le osterie di qua e di là dall’acqua, i rapper e molto altro ancora, e di ogni aspetto fornisce particolari inediti.

L’osteria del Piave, ad esempio, non si chiamava così per omaggio al fiume, ma perché era frequentata soprattutto da donne, il cui chiacchiericcio nel sorbire una scodella di rosso assomigliava appunto al rumore delle acque; di Giuseppe Verdi giustamente Giulietti non fornisce un ritratto particolareggiato-troppa la letteratura su di lui-ma lo ritrae in un episodio inedito quando, andato temporaneamente ad abitare in uno dei palazzi più belli di Busseto, i concittadini bigotti gli tirarono sassi alle finestre, non gradendo la sua convivenza more uxorio con la Strepponi. E ancora, nel Medioevo e nel Rinascimento, Parma capitale della carta, di cui era apprezzata ovunque la consistenza e la qualità, così come quella dei fustagni e delle lane; la vita travagliata ma ricca di soddisfazioni di Italo Ferrari, padre dei burattini Sandrone, Fagiolino e Bargnocla, gli Arditi del Popolo e i loggionisti, gli artigiani e i collezionisti.

Documentazione rigorosa, capacità affabulatoria, metafore efficaci, Giulietti dispiega sotto i nostri occhi i tesori di una città in amore, per usare le parole di Bevilacqua.

C’è molto da imparare da “Parma meravigliosa”, ma lo si fa senza sforzo, trasportati dal ritmo lieve della scrittura.

Francesca Avanzini

Parma meravigliosa, Edizioni della Sera, pp. 257, € 14