Promemoria del Vietnam

Una settimana è poco per poter conoscere il Vietnam così come qualunque altra nazione: la si può giusto annusare, strusciare, farsene un’idea. E non è detto che le prime impressioni non siano quelle giuste.

Una piccola inchiesta tra compagni di viaggio e conoscenze occasionali d’aeroplano o di hotel, rivela come ciò che colpisce di più del paese sia la differenza di modi di vivere.

Al contrario che da noi, e certo a causa del clima, la vita si svolge tutta all’aperto, in un’atmosfera che a nord, tra dicembre e gennaio, è grigia di pioggia o nuvole, a sud assolata.

I marciapiedi pullulano. C’è una signora che getta frittelle di riso e gamberi in una pentola di olio bollente poggiata su un fornelletto, un’altra che prepara noodles, ci sono venditori di fiori, frutta fresca e candita, spezie, corde, vestiti, addobbi di stagnola, incensi e soldi finti da bruciare in onore degli dei, mentre signore dal cappello a pagoda offrono verdure fresche da bici cariche di cassette o bilancieri portati a spalla.

Nei quartieri antichi della capitale Hanoi, un tempo ogni via era dedicata a un commercio specifico, ora le attività si sono mischiate ma i nomi delle strade restano, così come le vecchie case a tunnel dalle facciate strette, perché i mercanti erano tassati in base alla superficie di esposizione e dunque sviluppavano le case sul retro. In alto, allacciati ai pali della luce, grovigli e matasse di fili elettrici, la presenza di uno solo dei quali causerebbe da noi multe milionarie.

Per noi occidentali l’intero paese è un paradiso di acquisti, paccottiglia come portachiavi, statuine, braccialetti di pietre false, buddha che salutano, T-shirt, dolcetti, ma anche lacche, borse d’artigianato locale, bei vestiti di foggia orientale, perle coltivate di fiume e di mare, non tutte di uguale qualità, ma, si spera, vere.

Intanto nei bar all’aperto, seduti su sedie basse di plastica colorata, come quelle per bambini, intorno a tavoli altrettanto bassi, uomini e donne pescano da ciotole spaghetti o zuppe, ridono e parlano a ogni ora del giorno e della notte. La vita si svolge raso terra e la quantità di smog che si respira è spaventosa. Molti indossano mascherine di garza, perché le strade sono intasate di motorini, milioni di motorini-poche le macchine-che sfilano incessantemente gli uni dietro gli altri, con ancora più intensità all’ora di chiusura degli uffici. Non si fermano mai, né davanti ai semafori rossi né davanti ai pedoni. Il trucco per attraversare la strada è muoversi lentamente e senza scatti, di sghimbescio come granchi, tra il risuonare di clacson e il rombo dei motori. Ai vietnamiti piace il rumore, o perlomeno lo fanno. Dai bar notturni proviene il volume spaventoso del karaoke o lo schiamazzo di altri giochi, le strade sono piene di movida chiassosa. Chi lo direbbe un paese comunista?

E però ci sono plaghe di silenzio. Cioè, ci sarebbero non fossero invase dai turisti.

Ovunque dalle acque sorgono pagode e templi arabescati dai tetti ricurvi, a più ordini di edifici, dalle entrate guardate da cani-leoni, unicorni, fenicotteri o draghi, tutti animali della buona fortuna. Il tempio è confuciano e la pagoda buddhista, nei templi si venera Confucio e personaggi legati alla cultura e alla conoscenza, nelle pagode Buddha e bodhisattva. Ovunque le statue sono dorate, laccate, colorate, lontane dal nostro gusto. Sugli altari sono poste offerte di frutta, fiori, bevande, ma anche Kitkat e Coca-cola.

Nella Pagoda dall’Unico Pilastro a Hanoi, così come altrove, si venera un Buddha femminile della misericordia, a ricordo dell’antico sostrato matriarcale del paese. Su una base animista, si sono innestati confucianesimo, taoismo e buddhismo. I vietnamiti chiamano questa trinità Tam Giao e si ispirano alle prime due componenti per la filosofia di vita, alla terza per la religiosità vera e propria. Molto sentito il culto degli antenati, cui ogni casa dedica un tempio. Gli antenati sono ricordati personalmente fino alla terza generazione, dalla quarta in poi hanno un braciere comune. Nell’anniversario della morte il capofamiglia compie una cerimonia e vi intervengono, se possono, tutti i parenti.

Forse anche questo sincretismo di religioni per le quali l’individuo, l’ego, conta poco, oltre che il numero di persone (quasi 90 milioni su un territorio grande quanto l’Italia) ha prodotto il modo di vivere comunitario, gomito a gomito, da organismo unico così insolito per noi, e una certa a volte calda a volte imperscrutabile gentilezza. Sempre genuina, anche se allo stesso tempo, forse, tesa all’ottenimento di mance. Chi scrive l’ha sperimentata più volte di persona. Credendo, per esempio, a torto e per ignoranza della valuta, di essere stata imbrogliata, ha inalberato un muso duro, di fronte al quale il tassista ha ceduto come un muro molle, non opponendo le sue ragioni e la sua tariffa e andandosene con un sorriso e un buon anno. Una bella lezione, che ha lasciato un senso di vergogna.

Lo squisito tempio Tempio della Letteratura a Hanoi, prima università del paese fondata nel 1040, inizialmente aperta solo ai figli dei regnanti, poi a chiunque volesse diventare mandarino, col suo equilibrio di terra e acqua decretato dal feng shui; la cittadella imperiale di Hue, nel Vietnam centrale, sul Fiume dei Profumi, con la Città Proibita su modello di quella di Pechino in cui entrava solo l’imperatore, le mogli, le concubine e gli eunuchi; la squisita Hoi an, porto fluviale patrimonio Unesco, con le vecchie case dei mercanti, le manifatture della seta, i negozi eleganti; My Son, a 45 km da Hanoi, complesso di templi di mattoni rossi adagiati nel verde della foresta, dal fascino immoto, vestigia di un antico regno hindu iniziato nel IV sec. D.C. e terminato nel XV, sono tra i monumenti imperdibili del Vietnam. Che è però anche un paese di bellezze naturali, come la baia di Halong nel Golfo del Tonchino, formata da migliaia di pinnacoli rocciosi emergenti dalle acque che la leggenda vuole creati dall’agitarsi della coda di un drago, le risaie verdissime che danno tre raccolti l’anno, i delta dei grandi fiumi, Mekong e Rosso, i cui rami e canali penetrano nelle carni del paese, navigabili da lance, giunche sampang e tutto quanto citato da Salgari o Conrad, teatro di mercati galleggianti dove le barche, per segnalare il prodotto venduto, appendono un esemplare a un palo a prua. Si vendono anche rane vive e topi di risaia, spellati e aperti in due. Tranquilli, non vengono serviti nei ristoranti, che offrono cibo delizioso, equilibrato secondo i principi taoisti dello yin e dello yang, per cui il piccante è sempre controbilanciato dal dolce, una consistenza tenace da una molle e così via, un po’ come nella teoria medievale degli umori. La cucina è fragrante di spezie e insaporita ovunque da una salsa di pesce ottenuta per fermentazione, come il garum o la nostra colatura di alici, che però, perlomeno per i turisti, è distribuita con mano delicata e non puzza. La frutta tropicale, poi, è una gioia, e c’è sempre qualche frutto sconosciuto da assaggiare.

Il Vietnam, come risaputo, è un paese in espansione di forti contrasti. Città come Ho Chi Minh, (la vecchia Saigon) o Danang, sono metropoli all’occidentale piene di grattacieli e hotel, rutilanti di luci, dove la gente va di corsa telefonino alla mano, mentre nelle risaie a pochi chilometri i contadini faticano in abito tradizionale e cappello a pagoda, piccoli, ossuti e scuri per atavico scarso nutrimento e il sole tropicale. Le nuove generazioni, ci dicono, hanno già raggiunto il metro e ottanta.

Lungo i fiumi e i loro canali, bordati di palme e alberi da frutto, ricoperti da giacinti d’acqua, le catapecchie e le villette di chi ha qualche soldo in più non hanno acqua corrente, però sono dotate di elettricità e parabole. Come si confronterà la gente con gli eccessi occidentali? E con quelli orientali? Molte ricchezze, non sempre di chiara provenienza, sono ammassate nelle mani di tycoon. Il signor Vin possiede mezzo Vietnam, da complessi edilizi ed aziende a una propria compagnia telefonica. Il gap tra ricchi e poveri è grande.

Come in tutti i paesi del secondo mondo in bilico sull’orlo del primo, anche in Vietnam le arterie stradali sono fulcri di vita e comunicazione. Sfilano casette miserabili, negozietti, officine, bar con decine di amache perché dopo centinaia di chilometri in motorino la gente vuole dare sollievo alla schiena, e i bar che non le tengono non hanno successo. In più, a sud il clima è caldo tutto l’anno, e niente di meglio per la pausa del dopopranzo che dondolarsi all’ombra.

Le ferite della guerra stanno rimarginandosi o l’hanno già fatto, salvo che rimangono migliaia di uomini e donne deformi per via dell’agente arancio, un diserbante alla diossina usato dagli americani. Il turismo bellico richiama centinaia di persone a visitare i cunicoli dove i vietcong vivevano per rimanere invisibili al nemico ed emergere d’improvviso al bisogno, o altri luoghi connessi con la guerra.

I vietnamiti si sono lasciati alle spalle il passato e non serbano rancore agli americani, anche perché dal popolo americano è partita la protesta che ha portato alla fine del conflitto. Hanno più animosità nei confronti dei francesi per via dei loro voltafaccia ai tempi della guerra d’Indocina. L’eredità coloniale ha lasciato ovunque case ed edifici di eleganza estenuata, ora un po’ delabré, lungo viali verdi e frondosi. Si può immaginare che qui passeggiassero bellezze coloniali sopraffatte dal caldo e ricche orientali, mentre ora i pedoni rischiano di essere travolti dal solito traffico indemoniato. Il paese, del resto, sta dotandosi di strutture, già la fertile terra alluvionale viene, come da noi, mangiata dal cemento. Speriamo solo che i vietnamiti siano più saggi e si fermino in tempo.

 

Zavattini in mostra a Reggio nel trentennale della scomparsa

Uno Zavattini inedito, quello che esce dalla mostra “Zavattini oltre i confini”, visitabile a Reggio Emilia fino al 1° marzo 2020 nel quattrocentesco, bellissimo palazzo Da Mosto appena restaurato.

Non tanto e non solo regista, scrittore o pittore (anche se chiaramente tutte le sue attività sono imperniate soprattutto sul primo binomio) quanto tessitore di rapporti internazionali, messaggero del cinema neorealista nel mondo e anche di pace, contribuendo per esempio e tra l’altro, con la formazione di cineasti e documentaristi, alla decolonizzazione dei paesi africani.

La mostra si snoda per una decina di sale, ognuna dedicata a una nazione o a un continente, ed espone nelle teche centrali lettere autografe, documenti, testimonianze, mentre alle pareti sono appesi scatti di fotografi vari, che col loro bianco e nero subito evocano un’atmosfera d’epoca.

Zavattini aveva all’incirca 12.000 corrispondenti, tra uomini di cinema, artisti, scrittori, intrattiene rapporti con Gabriel Garcia Marquez, Truman Capote, D.A. Siqueiros e Diego Rivera, per non citare che i più famosi. La sua frenetica attività di intellettuale “globale” si esplica nella partecipazione a convegni e congressi internazionali, presentazione di libri, mostre e film, organizzazione di coproduzioni internazionali, collaborazione a riviste straniere, sopralluoghi per film.

Era particolarmente affascinato dal viaggio-inchiesta, da realizzarsi tramite libro o film che, secondo la pratica neorealista, consisteva nel recarsi di persona nei luoghi e, senza nulla concedere al pittoresco o alla flânerie, documentare le condizioni della gente facendola parlare in prima persona. Mentre vengono realizzati libri-inchiesta sulla Spagna e sul Messico profondo, non tutti quelli messi in cantieri sono portati a termine. Particolarmente deludente è la mancata realizzazione di un film su Van Gogh, caro al luzzarese per la sua presa diretta sulla realtà. I sopralluoghi sui posti erano già stati fatti, già presi i contatti coi nipoti del pittore, già steso il trattamento, quando le trattative iniziano a trascinarsi e infine si arenano perché il produttore Graetz, sostenuto da quello che sarebbe dovuto essere il regista, l’americano Jean Négulesco, vuole dare al film un’impronta commerciale e drammatica in senso hollywoodiano, così da poterlo vendere anche oltreoceano. Zavattini avrà una sua rivincita più tardi quando, per la sua sceneggiatura e la regia di Luciano Emmer, narrerà di persona in un breve documentario televisivo il “Campo di grano con corvi”, ultima opera di Van Gogh.

Nonostante i riconoscimenti e i premi ottenuti negli Stati Uniti, dove viene considerato uno dei padri del neorealismo, Zavattini, nel mondo diviso in due dalla guerra fredda, è più vicino al blocco dell’Est, per costituzione molto più affine al neorealismo. Facendo da ponte tra cultura orientale e occidentale, intesse una rete di rapporti con registi d’oltrecortina, così come li intrattiene con registi cubani vicino a Castro, spagnoli oppositori di Franco e giovani messicani progressisti. Nel 1972 scrive la sceneggiatura di “I figli di Sanchez”, che documenta la vita di una famiglia povera messicana, per la regia di Hall Bartlett e con Anthony Quinn come protagonista.

I suoi contatti con i circoli ebraici cosmopoliti lo portano a conoscere, tra gli altri, il padre di Anna Frank per un film, che non andrà in porto, tratto dal diario, che il regista considera un documento neorealista ante litteram, mentre con il fotografo ebreo americano Paul Strand realizzerà il libro-inchiesta “Un paese” dedicato a Luzzara. Con tutto il suo viaggiare e il suo essere internazionale, è a Luzzara, cui è legatissimo, che finisce sempre per tornare.

Testimoniano di questo rapporto venti magistrali scatti inediti in bianco e nero di Gianni Berengo Gardin, non inclusi in “Un paese vent’anni dopo”, perché il libro doveva sottolineare la modernizzazione della cittadina, mentre quegli scatti erano più legati alla civiltà rurale.

Concludono la mostra, oltre ad alcuni bei quadri di Zavattini stesso, 150 della collezione 8X10. Com’è noto, a tutti o quasi gli artisti che incontrava, il regista commissionava due piccoli dipinti, di cui un autoritratto e uno a soggetto libero. Alcuni finivano per essere regalati, altri erano pagati. Tra quelli esposti, opere di Balla, Ligabue, Rivera, Siqueiros, De Chirico, Fontana e altri.

La mostra è il frutto della sinergia di vari enti, ma si basa soprattutto sull’Archivio Cesare Zavattini donato alla Biblioteca Panizzi dai due figli Arturo e Marco ed è realizzata nel trentennale della scomparsa (13 ottobre 1989).