Il Festival della Mente (Sarzana 1-3 settembre) è quest’anno dedicato all’affascinante tema della rete. In tutte le sue accezioni: rete di relazioni umane, neurale, del web, ma anche che imprigiona o trattiene. Tra i 65 relatori, tutti di grande interesse e al top nel loro campo, si segnalano lo scrittore e reporter di guerra Elliot Ackerman sui nodi politici del Medio Oriente, il filosofo Luciano Floridi su come la tecnologia formatta il nostro pensiero, la fisica Lucia Votano, ex direttrice del laboratorio sotterraneo del Gran Sasso, su come conoscere la materia oscura. Numerosi gli scrittori. Tra quelli che trattano in primis di relazioni famigliari, abbiamo chiesto qualche anticipazione a Suad Amiry, scrittrice e architetto residente in Palestina, nota al grande pubblico per il libro “Sharon e mia suocera” e “Damasco”, omaggio alla sua città natale.
“Ho fatto il mio primo viaggio da sola a nove anni”, esordisce Suad Amiry. “Ero sulla piazza del mercato e il tassista gridava,‘Baghdad, Gerusalemme, Amman’. Tutte le direzioni del mondo arabo-e non solo-erano aperte. È molto triste pensare a come il mondo si sia chiuso. Non c’è più libertà di movimento se non per le merci, i grandi marchi e i potenti. La gente è prigioniera dei propri luoghi, siano l’Africa o la Palestina. Un tempo mi muovevo liberamente per il mondo arabo, ora non posso uscire dalla mia città, Ramallah. Ci sono cinque entrate: tre chiuse del tutto, per le altre devo passare attraverso dei checkpoint israeliani. Ho bisogno di un permesso persino per andare nella parte araba di Gerusalemme. Mentre gli italiani, gli americani, circolano liberamente. Non c’è uguaglianza, non c’è network…”
C’è grande energia e positività nella voce di Amiry, ma anche amarezza per quel che il mondo è diventato.
“Avremmo bisogno di connettività”, prosegue, “e invece tutti investono in muri. I paesi che hanno causato le guerre o venduto le armi senza curarsi di dove andassero o che danni facessero, messi davanti ai risultati delle loro azioni in Siria, in Iraq, in Afghanistan o altrove, e cioè povertà, rifugiati, distruzione, non si prendono responsabilità, sono solo capaci di chiudere i confini.”
Per questo è importante mettere l’accento sui legami, su ciò che unisce.
“Il messaggio nel mio ultimo libro ‘Damasco’, è che la famiglia di cui parlo potrebbe essere una famiglia in qualunque parte del mondo. Perché alla fine quello che vogliono tutti è amore e una vita dignitosa…”
È importante parlare di famiglie, di come si cresce nel mondo arabo, per sfatare pregiudizi e false credenze.
“Vengo da una famiglia araba laica. Da Jaffa mio padre si era rifugiato in Giordania, poi abbiamo vissuto in vari altri posti.
La mia era una famiglia molto laica, mio padre era socialista, mia madre una donna d’affari. Noi eravamo tre sorelle e un fratello, e i nostri hanno investito molto di più su noi femmine. Hanno pensato, a un uomo basta andare fuori in strada per trovare un lavoro, mentre una donna deve avere un’educazione di prim’ordine. Così”-ride-“ nostro fratello è il meno colto di noi quattro…”
E la famiglia della scrittrice non era un’eccezione.
“Eravamo una famiglia araba urbana della classe media. Sono cresciuta in un mondo arabo molto secolarizzato, negli anni ’50. L’Iraq era secolarizzato, c’erano movimenti laici ovunque. Alla facoltà di architettura dove ho studiato, il 50% erano donne… Con questo non voglio rendere la situazione più rosea di quanto non fosse, gli uomini predominavano sempre, e tuttavia…
È stato dopo l’11 settembre e le terribili bugie dell’America sull’Iraq che il mondo arabo si è destabilizzato e siamo precipitati nel tunnel della religione. E quando c’è guerra e povertà, chi paga sono le donne. Se per studiare devi passare attraverso i checkpoint, i genitori si spaventano e mandano il figlio maschio, se hai pochi soldi e qualcuno deve essere istruito, mandi il maschio…
Al Festival della Mente rivisiterò la mia vita ad Amman, in Giordania, a Mango Street. Era una piccola strada, ma c’era più varietà che oggi a New York. C’era gente di ogni provenienza e religione, siriani, giordani, iracheni, palestinesi, ma per me erano solo dei vicini, li conoscevo per nome e basta. Dai valore all’essere umano, quando cresci così. Fatou era una vecchia signora che offriva da mangiare a noi bambini. Se oggi chiedo ai miei vicini di allora, di chi vi ricordate, tutti rispondono Fatou. Non ricordiamo la nazionalità o la religione, solo Fatou. È questo il fattore umano.”
Francesca Avanzini
