Salvare la scrittura a mano

È centrale in molte distopie: si priva l’uomo della scrittura a mano per poterlo meglio dominare. Coloro che si oppongono, i ribelli, i fuoriusciti, rischiano la vita per accedere a vecchi alfabeti proibiti, per salvare liste della spesa e quaderni delle elementari dei secoli precedenti. Perché senza scrittura l’accesso al passato, e quindi alla memoria, all’identità, è sbarrato: chi non produce scrittura non la sa neanche riconoscere, ed è come aver perduto Palmira e i Budda di Bamiyan.

La scrittura a mano è come il filo del ragno: qualcosa che viene dalla nostra pancia e parla di noi. Pensiamo all’emozione di leggere scritti autografi di grandi, chessò, Churchill Freud o Galileo, o anche, più nel piccolo e privato, di ricevere una lettera d’amore la cui calligrafia, nel riconoscerla, ci fa battere il cuore. E si potrebbe continuare a lungo: dall’autografo, sigillo personale, emanazione fisica che i fan chiedono all’idolo, alla serie di Harry Potter scritta in prima battuta a mano da J.K Rowling, ai figli di Steve Jobs tenuti lontani dai computer fino ai quindici anni…

Ora in Italia c’è una campagna che difende e promuove la scrittura in corsivo e il diritto di ogni ragazzo ad accedervi quale parte integrante dell’educazione: si chiama “Campagna per il diritto di scrivere a mano” ed è promossa dall’Istituto Grafologico Internazionale Girolamo Moretti di Urbino insieme a Unicef. Tra i suoi obiettivi quello di far riconoscere dall’UNESCO la scrittura a mano come patrimonio dell’umanità. Per chi volesse saperne di più, sotto lo stesso nome è possibile consultare una pagina Facebook e visionare video sul tema su You Tube. Il sito ad hoc è invece www.dirittodiscrivereamano.org oppure www.istitutomoretti.it. Un’emanazione dell’istituto Moretti è poi la rivista la rivista “La scrittura” che nei prossimi mesi potrebbe essere presentata anche a Parma e circa la quale vi terremo al corrente.

La campagna è supportata da fior di scienziati e studiosi ed è facile capire perché: durante la scrittura a mano in corsivo (non in stampatello, che “standardizza”) il cervello “si illumina” in più aree, tra cui quelle quelle preposte alla coordinazione e alla memorizzazione. Scrivere a mano ha a che fare con l’armonia, la bellezza, la spazialità, la capacità di “tenere il rigo” fuori e dentro metafora, il controllo, l’attenzione e molte altre cose ancora.

Negli Stati Uniti, dove in molte scuole non si insegna più la scrittura a mano, sostituita da tablet, si è rilevato un peggioramento delle capacità cognitive. Senza contare che la disgrafia, negli USA come ovunque, genera disaffezione alla scuola, scarsa autostima, conflitti con i genitori e gli insegnanti. Naturalmente non si tratta di osteggiare il progresso e mettere al bando gli strumenti tecnologici, ma di affiancare tecnologia e tradizione. Perché “Il modo in cui si scrive influenza anche il significato”, la morte del corsivo porta al tramonto di molti contenuti che chissà, un giorno potremmo rimpiangere.

Francesca Avanzini

Arundhati Roy

“Per raccontare le vicende di migliaia di persone cacciate per costruire una diga o la condizione dei musulmani perseguitati come un tempo gli ebrei in Europa, occorre usare la finzione”. Così Arundhati Roy in un recente intervento a Bologna, parlando della sua ultima opera, “Il Ministero della Suprema Felicità” e riscegliendo, dopo un lungo allontanamento, il romanzo al posto della saggistica come mezzo più atto a trasmettere le storie degli ultimi della terra.

Sgombriamo subito il campo dalle domande più urgenti. È valsa la pena di attendere tanto? Il romanzo vale quel “Dio delle piccole cose” che la lanciò vent’anni fa procurandole fama e consensi unanimi? La risposta è sì e sì. Ma chi si aspettasse l’impatto, l’urgenza, la capacità di colpire dritto al cuore del primo, sarebbe sulla strada sbagliata. Il nuovo libro è opera densa e stratificata, l’autrice è maturata e così la sua scrittura.

Attraverso un complesso intreccio di piani temporali e punti di vista, con inserti di materiale extra-narrativo- pseudo-opuscoli biografici, comunicati-stampa, elenchi -che fanno virare il romanzo in senso vagamente sperimentale, si dipanano le vicende di un gruppo di outsider che sarebbero piaciuti a De André. Intoccabili, perlopiù, ma non solo, che anche i personaggi di alta casta sono rosi da un tarlo segreto, un “conflitto tra India e Pakistan” dentro di sé. Il tutto narrato senza sentimentalismi, con un tocco di truculenza, humour nero o semplice umorismo.

Anjum, dunque. Nato da padre medico amante della poesia e madre affettuosa, è ermafrodito e per di più musulmano, bersaglio dei nuovi nazionalisti. Il suo destino è diventare hijra, travestito, bistrarsi gli occhi, indossare sete e lustrini e vivere ai margini. Finisce per costruirsi una casa sulle tombe degli avi al cimitero, tenendo aperto il varco tra vivi e morti, semi-divina sentinella tra due mondi. Intorno una società di derelitti, hijra come lui/lei, intoccabili, picchiatelli o semplicemente bizzarri, persone che non stanno alle regole. Né alle regole sta Tilo, padre intoccabile, madre insegnante cristiana che l’ha scandalosamente allevata da sola. Tilo è bella, particolare, anche se nera come una corteccia. Di lei s’innamorano, restandole legati a vita, tre suoi compagni d’università, tra cui Musa, combattente per la libertà del Kashmir. Sulle storie dei protagonisti s’innestano a mo’ di scatole cinesi decine di altre, forse troppe, quasi tutte di ferocia, torture, stupidità di uomini che si accaniscono gli uni contro gli altri. Il potere corrompe e divide, fa il doppio o triplo gioco, arma il nemico o ci commercia a seconda della convenienza. Roy dimostra una profonda conoscenza dei meccanismi del capitalismo e li avversa, ma dove dispiega il suo grandissimo talento è nel comporre un affresco dell’India contemporanea, coi suoi disperati che dormono per strada, le mostruose tangenziali e le periferie ammorbate dall’inquinamento, i graziosi quartieri residenziali con mucche e tori che girano per le strade, la vertiginosa bellezza del Kashmir, la faticosa emancipazione femminile e tutti i contrasti che noi Occidentali non riusciremo mai a capire. La capacità di evocare un mondo è potente, il tocco di razza si vede nella cura dei particolari: anche i personaggi secondari, le comparse o i figuranti sono ben caratterizzati, magari dal modo di tamburellare le dita o di camminare. Un’attenzione particolare è dedicata agli animali, ultimi nella catena dello sfruttamento, cui l’autrice estende la sua pietas. Solo gli ultimi alla fine, riescono a superare le barriere. Nella loro utopica, pittoresca, scalcinata, allegramara congrega mischiano caste, pelli e preghiere, realizzando il massimo di felicità concesso sulla terra. Unica legge la solidarietà. La speranza passa per due bambine, come Cristo venute alla luce tra i rifiuti. Intorno a loro si ricrea il mondo e ruotano le costellazioni.

Francesca Avanzini

Il Ministero della Suprema Felicità, Guanda, pp. 493, € 20