Fellini metafisico

 

Sopraffatti dalla fantasia felliniana, travolti dal gorgo delle immagini, si è poco pensato al “messaggio” e tantomeno alla funzione educativa dei film del maestro.

Senza nulla togliere alla sua arte, anzi, aggiungendovi una dimensione didattica in senso lato, Monica Vincenzi e Luigi Casa, coppia autoriale e nella vita, firmano “Fellini metafisico” che, uscendo a ridosso del centenario della nascita del regista, ne analizza tutti i film in una chiave insolita. Se nella vita Vincenzi è pedagogista clinica con un training psicologico di tutto rispetto, Casa, geologo, è anche scrittore e poeta, dunque la coppia è più che qualificata per una disamina dell’opera di Fellini in chiave junghiana, ulteriormente suffragata dal fatto che il regista frequentò lungamente Ernst Bernhard, uno psicoanalista che aveva lavorato direttamente con Jung e preso dimora a Roma.

L’assunto del libro è che, attraverso la messa in scena di archetipi universali, proprio come succede nelle favole, il regista ci comunichi messaggi utili per la vita di tutti i giorni, che possano guidarci lungo la strada (non a caso uno dei film di Fellini si intitola così) aiutandoci a tenere la rotta senza troppe deviazioni. Andando oltre le apparenze, il regista indaga sulla struttura profonda del reale – di qui la sua inclinazione metafisica-e sulla dimensione spirituale. Del tanto vituperato in ambiente ecclesiastico “La Dolce vita”, Fellini disse “Credevo di aver fatto un film religioso”. In effetti il tema dello smarrimento e del vagare nella notte, il tentennamento di fronte alle tante forme del femminile che si offrono al protagonista-alter ego di Federico, hanno a che fare con la vita dello spirito, come ben capì il gesuita Arpa che fu confidente di una vita e quasi padre spirituale di Fellini.

Uno dei miti-base, riproposto in molti film, è quello di Amore e Psiche dove, attraverso molteplici prove, si giunge all’affermazione di un amore che non è più cieco e solo carnale, ma presuppone un equilibrio di sacro e profano, un’integrazione di maschile e femminile dentro e fuori di sé. Di questa ricerca parlano film come Otto e mezzo, La Dolce vita e soprattutto Giulietta degli spiriti.

Molti altri sono gli archetipi di cui Fellini si serve per indagare il suo e il nostro mondo, dato che il suo cinema ha risvolti sociali, politici e di forte critica a tutti gli aspetti repressivi, incrostati e rigidi delle educazioni e istituzioni.

Sirene e seduttori, donne–bambine e predatori, clown e maschere, popolano l’universo fantastico di Fellini e rispecchiano le parti, gli incontri, il viaggio di un’anima, fino alla finale presa di coscienza di sé, l’accettazione dei propri talenti e l’armonizzazione dei conflitti.

Il libro sarà presentato domenica 19 gennaio alle ore 17.30 presso la libreria Fiaccadori.

 

Fellini metafisico, Armando Editore, pp.415, € 23

La figlia del Caucaso

 

Da tempo il regista e scrittore parmigiano Giancarlo Bocchi si occupa dei diritti degli ultimi, portando la sua macchina da presa nelle zone di conflitto, da quelli più caldi ai più dimenticati.

La sua ultima fatica, “La figlia del Caucaso”, è stato premiato quale miglior documentario al Los Angeles International Festival Indie Short 2019.

La figlia del Caucaso è Lidia Yusupova, madre circassa e padre ceceno, deportati da Stalin in Kazaksthan insieme a molti compatrioti nel 1944, ai tempi delle prime guerre indipendentiste delle regioni caucasiche contro la Russia. Altre due ne seguirono, nel corso del Novecento, lasciando i paesi devastati e impoveriti.

Lidia Yusupova, viso di grande intensità che buca lo schermo non al modo delle massificate bellezze occidentali, è attivista per i diritti umani.

L’obiettivo la segue nei suoi pellegrinaggi a Mosca, in Inguscezia e altrove, per redazioni e associazioni per i diritti civili i cui uffici sono sempre gremiti, visto che nessuna delle repubbliche del Caucaso rispetta i diritti umani.

Ci si può schierare dove si vuole nei conflitti, dalla parte della Russia o dei popoli calpestati, si può pensare, come fa la Russia, che siano infiltrati di terroristi wahabiti. Ma una cosa è certa: nessuno può essere rapito, fatto sparire e ritrovato cadavere senza un giusto processo. Donne e uomini nel fiore degli anni, studenti universitari, intellettuali o semplici lavoratori, che avrebbero potuto contribuire al benessere del loro paese, finiscono torturati e se va bene, se non spariscono per sempre inghiottiti da un buco nero, ritrovati cadavere a bordo di una macchina o a lato di una strada.

La storia è la solita, uguale a troppe di altri paesi: un tiranno, un satrapo, un dittatore, lo si chiami come si vuole, con l’appoggio di una grande potenza, in questo caso la Russia di Putin, fa ciò che gli pare del suo paese, sequestrando le vite, la libertà e le ricchezze dei cittadini, facendo sporchi affari di petrolio o altre materie prime con la potenza che lo spalleggia.

Il documentario di Bocchi porta l’attenzione su questo “groviglio sanguinoso”, questa “democrazia insanguinata” delle repubbliche caucasiche, per usare le parole di Yusupova, e lo fa con grande purezza formale, immagini di trascinante forza espressiva, pulizia, eleganza e sobrietà, sia che ritragga la protagonista nella casa moscovita con i suoi gatti, nei viaggi in metropolitana, nel villaggio natale con le zie dal fazzoletto annodato in testa come le nostre contadine di un tempo, o a colloquio con le funzionarie e i giornalisti che si battono per la sua stessa causa.

Come valore aggiunto, si entra in contatto con posti lontani e sconosciuti dal fascino misterioso, che ci si augurerebbe di poter vedere come turisti, un giorno.

Ma la protagonista indiscussa rimane Yusupova, pedinata passo passo e inquadrata in primi piani luminosi che ne fanno emergere la forza e il coraggio.

La sua vita è a rischio, ma il senso di giustizia prevale su ogni altra considerazione personale.