Nessuno può fermarmi

In “Nessuno può fermarmi” (Feltrinelli, pp.253, € 16) Caterina Soffici recupera una pagina di storia su cui è volutamente calata una cortina di silenzio. Il 2 luglio 1940 l’Arandora Star, transatlantico di lusso requisito a scopi bellici, che stava deportando dall’Inghilterra verso il Canada presunti fascisti, viene colpito da un siluro tedesco e affondato. Delle circa 800 persone a bordo, tra cui italiani, tedeschi, inglesi, 446 annegano. Molti di loro erano emigrati dei nostri Appennini, che a costo di sacrifici e duro lavoro erano riusciti a farsi una posizione in Inghilterra, ed erano stati ingiustamente accusati di fascismo nel rigurgito xenofobo e di “dagli all’italiano” che segue la dichiarazione di guerra di Mussolini. Xenofobia sempre pronta a ripresentarsi a ogni latitudine, ammonisce il libro, perché, come citato in esergo nelle parole di Tahar Ben Jelloun, “Siamo sempre lo straniero di qualcun altro”.

Caterina Soffici si muove su più piani temporali. Il ritrovamento, ai giorni nostri, di una strana lettera tra le carte della nonna appena morta, induce il giovane Bartolomeo (Bart, come il nonno fino ad allora creduto morto in guerra) a indagare. Rintraccia Flo, ottuagenaria signora inglese vedova dell’amico fraterno del nonno, che ricorda in prima persona gli eventi di quegli anni. La voce di Bart si alterna a quella di Flo e a quella di un soldato inglese sopravvissuto al naufragio, nel ricostruire un’epoca. Sfilano davanti ai nostri occhi Little Italy, nell’East End londinese, coi suoi bar che ricreano all’estero un angolo di Appennino (quello tra Bardi, Borgotaro e Pontremoli, nella fattispecie) le arie d’opera che si rincorrono da una finestra all’altra, le feste col santo patrono portato a spalla per il quartiere, gli addobbi, le lampadine, le mandorle candite. La chiesa di St Peter dove ogni cappella reca la statua del santo a cui ciascun paese è devoto. Per dire, S.Trofimena protegge Minori.

Ma anche la lusinga fascista che si insinua nella comunità italiana, la Casa del fascio a Charing Cross con una lussuosa sala da ballo piena di stucchi, facile attrattiva per ragazzi e ragazze che vogliono divertirsi un po’, anche senza essere fascisti. E poi i negozi distrutti, le disumane condizioni dei campi di concentramento inglesi, i nuclei antifascisti di città capeggiati da un sarto e le acque livide del drammatico mnaufragio.

Mischiando personaggi non veri ma verosimili, rappresentativi di una comunità, ad altri realmente esistiti, Soffici ricostruisce la storia dell’Arandora Star e rende giustizia ai suoi morti, in un romanzo che è anche d’amicizia, senso di colpa dei sopravvissuti, vergogna nei confronti di un passato scomodo. Il finale è pacificatorio e tira le fila non solo di una vicenda di tanti anni fa ma anche dei personaggi, portandoli a una maturazione e a un cambiamento. La prosa scorrevole, gli ambienti ricostruiti con maestria, rendono il romanzo un vero page turner.

Da ricordare: tutti gli anni il 2 luglio si commemorano a Bardi i morti dell’’Arandora Star, a cui è anche dedicata una lapide nella parrocchiale del paese.

Francesca Avanzini

Angela Carter

Si rivela un classico, “Notti al circo” di Angela Carter (pp.428, € 18) appena ripubblicato da Fazi a trentatré anni dall’uscita. Con un di più di speranza in un mondo migliore rispetto al cinismo odierno, la carica iconoclasta, ribelle e femminista tipica delle scrittrici anglofone degli anni ’80 (cfr., per non citarne che due, Jeannette Winterson o Fay Weldon) la spinta egualitaria, l’attenzione a emarginati, freak e outsider che avrebbero dovuto portare la fantasia al potere, i personaggi della Carter si librano (è il caso di dirlo) tra il mito e immortali creature della fantasia quali Gargantua o Morgante.

Fevvers è una gigantessa di “un metro e ottantacinque senza calze” per ottantotto chili, nata da un uovo e dotata di un paio d’ali di proporzionale apertura, tinte di cremisi e viola per potersi più efficacemente esibire nel circo di cui è l’attrazione principale. La Venere Cockney, abbandonata nei bassifondi e venuta su in un bordello, è tanto pronta ad aiutare i più sfortunati e commuoversi per le loro vicende, quanto avida, pragmatica e terra terra sebbene, come tutti i personaggi del libro, incline a filosofeggiare. Londra è ai suoi piedi, ricchi e potenti le offrono preziosi regali tra tonnellate di fiori, caviale, champagne e carrozze foderate di zibellino. (La vicenda è ambientata tra l’ultimo anno dell’ 800 e l’inizio gravido di aspettative del nuovo secolo).

S’innamora di lei anche un avventuroso giornalista americano che, facendosi assumere come clown, la segue nella tournée circense che dalla Russia dovrebbe portarla in Cina. La trama potrebbe benissimo riassumersi così. “Notti al circo” non è un romanzo di trama bensì di scrittura, che come dal classico cappello a cilindro, tira fuori a ogni piè sospinto invenzioni ed emozioni da lasciare a bocca aperta. La Carter è una specie di Nadia Comăneci della scrittura, e come quella faceva fare ciò che voleva alle membra, così lei, con apparente facilità e fluidità, fa nascere l’una dall’altra situazioni, delinea caratteri, racconta luoghi esotici. Un altro paragone potrebbe essere quello di riccioli o volute barocche che sgorgano e si espandono l’uno dall’altra senza soluzione di continuità. La scrittura sontuosa e la fantasia scatenata tratteggiano impresari di circo vestiti a stelle a strisce con sottobraccio maialine intelligentissime e profetiche, scimmie studiose, tigri che ballano il valzer addestrate da sedicenti principesse etiopi , orfanelle di chapliniana memoria o degne di Victor Hugo, lugubri gallerie di mostri umani, come quella di Mrs Schreck, destinate a erotomani perversi, puttane dal cuore d’oro vestite come l’ammiraglio Nelson e come questo monocole e armate di spadino, o ancora sciamani siberiani dagli abiti di piume e specchietti. Evocano soprattutto la demoniaca danza dei clown capitanati dal gigantesco Buffo, cui la Carter dedica pagine sublimi.

In una continua commistione tra uomini e animali lontana dalla visione antropocentrica, la scrittrice crea la sua personale cosmogonia e rifonda il mito, delinea un mondo più giusto, libero e nuovo nella quale le donne hanno grande parte.

Francesca Avanzini