Tiziana de Rogatis: Elena Ferrante.Parole chiave.

È un modo nuovo e affascinante di fare critica letteraria quello di Tiziana de Rogatis, che sabato 9 febbraio ha parlato del suo libro “Elena Ferrante. Parole chiave” presso la Libreria delle Donne di Milano. Nuovo perché si libera dei paludamenti di certa critica “allineata” e si avvicina, per mimare il titolo, a una delle parole chiave del femminismo, quell’ “a partire da sé” che per de Rogatis si esplicita in un ascolto delle risonanze del testo sulla propria soggettività, per allargarsi poi a un suggerimento di lettura dell’esistenza di sé e delle altre.

Ma sgombriamo il campo da qualunque sospetto di visceralità o improvvisazione. Come fa notare Liliana Rampello, che la introduce, de Rogatis “ha importanti strumenti e architettura critica”. Insegnante di Letteratura comparata presso l’Università per Stranieri di Siena, con anni di ricerca alle spalle, “il suo approccio può fornire chiavi di lettura critica anche ad altri saggisti.” Alessandra Pigliaru del Manifesto, co-relatrice insieme a Rampello, ricorda come il successo di Ferrante, che sfiora a volte il fanatismo, leghi insieme le lettrici più diverse e come de Rogatis, anche attraverso protagoniste precedenti la quadrilogia, metta in campo un discorso sulla soggettività femminile a partire dalle parole chiave. La domanda è come mai tra le prime ci siano “smarginatura” e “frantumaglia”.

“Parto,” spiega de Rogatis, “come studiosa di Montale, cioè dal salotto buono. Poi ho avuto una crisi della creatività personale. Il Montalismo non mi interessava più, e mentre cercavo di capire il perché, mi è capitato di leggere “L’amore molesto”, che parlava di uno sprofondamento come il mio e che ha cambiato il mio punto di vista sulle cose. Montale mi forniva il blasone, perché ero una studiosa e non uno studioso; Ferrante era sconosciuta quando iniziai il lavoro. Ha ricevuto attacchi molto violenti, così ho deciso di difenderla e parlare di lei. Prima c’era un vero e proprio divieto di accesso a Ferrante nelle università ad opera di universitari maschi. Con le macerie della mia formazione tradizionale ho fatto qualcosa di nuovo, con quello che restava del mio passato di studiosa, ho fatto il libro.”

Tutto questo ha a che fare con la smarginatura, la frammentazione, la perdita dei contorni del sé che fa precipitare nella caverna delle madri, nell’indistinto primordiale, esperienza comune a molte donne, oltre che a scrittrici e poete.

Affine al concetto di smarginatura è quello di labirinto. “ Il mio libro”, continua de Rogatis, “è costruito secondo l’idea del labirinto, sfruttando quindi un sapere non accademico, e la lettura può essere anche disordinata. Allo stesso modo le bambine Elena e Lila si perdono nel labirinto delle strade per giungere al mare, la stessa affermazione nella vita pubblica è uno sperdersi nel labirinto per poi ritrovarsi. Si emerge e poi si sprofonda di nuovo. Non c’è nessuna vergogna nello sprofondare.”

Pigliaru rimarca che “la relazione madre-figlia è il nocciolo dei testi della Ferrante, così come l’intimità e l’ambivalenza del legame tra donne, simboleggiato da quello tra Elena e Lila. Ferrante non fa sconti a far emergere le parti oscure, la relazione faticosa tra donne. Per questo”, aggiunge, ”ne sono attratta, perché ci autorizza alle contraddizioni. Fa emergere la parte umbratile: invidia, sopraffazione. È una questione di sopravvivenza che non è vittimismo, ma ‘vivere sopra’.”

De Rogatis fa notare come Ferrante abbia anticipato elementi di metoo. “Elena e Lila sono spiazzanti. Elena spesso definisce Lila una strega. Ci sono fasi di opportunismo tra queste due subalterne, oscillazioni tra ombra e luce. Ci sono tentativi di manipolare non solo il maschile, ma anche l’altra. La forza è restare in relazione nonostante tutto. La struttura patriarcale poteva anche farle soccombere, ma loro trovano l’una nell’altra ragioni di forza e di conflitto. Sono personaggi non salvifici o edificanti, così come le attrici di metoo non sono Maria Goretti. Attraverso un rapporto spesso forzatamente ambiguo con il maschile, sono capaci di trasformazione profonda soprattutto attraverso l’altra.

“Viviamo in un periodo di emergenza”, continua de Rogatis.”La crisi del welfare pesa sulle donne, l’emigrazione porta quote arcaiche e i diritti delle donne sono in pericolo. Il patriarcato potrebbe tornare. Raccontare gli abusi non crea vittimismo, anzi, è proprio nel raccontare che c’è forza e sopravvivenza.”

Alla domanda successiva posta da Pigliaru circa il contesto napoletano in cui la vicenda è inserita, de Rogatis risponde con un aneddoto: “Ero a Shangai, all’Università Fudan, una delle più prestigiose della Cina, e una studentessa cinese mi ha chiesto se la smarginatura è quello che succede alle donne quando subiscono la violenza del sistema maschile. La vicenda narrata dalla Ferrante è molto locale, anche stereotipata, con scenate e sceneggiate, e però la scrittrice ha universalizzato il rione napoletano.”

C’è, come faceva notare Pigliaru, un elemento di classe ma, “anche metoo ci dice che attrici superpagate raccontano storie di umiliazione tanto quanto le proletarie napoletane. Può darsi che nasca una stagione di universalizzazione su un dato grave come quello della violenza di genere.”

Proseguendo nel discorso sul libro, Pigliaru dice di essere stata colpita dai termini “arcaico” e “vulnerabilità”. Il terremoto che scuote il corpo di Lila quando per la prima volta subisce una “smarginatura”, è qualcosa di imponderabile e che non si può controllare, molto simile a un attacco di panico, mentre la vulnerabilità si rivela nel rapporto con l’altra ed è uno strumento politico eccezionale.

De Rogatis spiega che ”la caduta nella caverna, la smarginatura, lo sprofondare, è raccontato come se fosse una fase rituale a cui segue un’emersione. La caverna è uno spazio mitico in cui si dovrebbe recuperare la sorveglianza non repressiva ma espressiva. Dopo la smarginatura, si dovrebbe esercitare una sorveglianza.” Non a caso spesso le protagoniste, quando sprofondano nella loro personale caverna, lo fanno con un computer, strumento tecnologico che contrasta con l’arcaico del ritorno alle madri, e che simboleggia la capacità di raccontare l’oscuro e salvarsi. Ma la smarginatura rivela anche altri aspetti. “Nello sprofondamento,” continua de Rogatis, “ti sveli come qualcosa che per sopravvivere deve dipendere. In questo senso la smarginatura è molto simile a un’epifania joyciana. Lila vive la smarginatura quando, durante i fuochi d’artificio di Capodanno, il fratello si rivela da protettivo a uomo avido. La smarginatura è provocata dal maschile.”

De Rogatis fa esempi personali di arcaico e vulnerabilità, sottolineando però che non è parola che la Ferrante usi. “All’Università per Stranieri di Siena, dove insegno, ho studenti che ancora sostengono la legittimità del delitto d’onore. Sono qui tra noi e non abbiamo le risorse per gestirli, e allora occorre tenere tutto insieme come nella caverna, senza recedere sui diritti. Ancora: per me “arcaico” è sentirmi inadeguata nello stare dove sono all’Università. Finché mi sono occupata di Montale, tutto bene, me ne stavo nella mia stanzetta di cristallo, invece con la Ferrante per alcuni colleghi sono decaduta. E questo per me è accettare la vulnerabilità attraverso l’altra.”

Del resto lo stesso che a Ferrante è successo a Elsa Morante, di cui pure de Rogatis si sta occupando al momento insieme a Elizabeth Strout, altra scrittrice molto amata e popolare.

“Anche per la Morante il successo viene portato a detrimento. C’è stata un’estrema violenza nell’attacco a lei, che ha osato sconfinare dallo spazio in cui una donna deve stare. Finché stai nel domestico, nello spazio che ti compete, tutto bene, ma se crei un grande affresco storico, guardi la Resistenza dal basso, lì hai sconfinato in un campo maschile, e la visibilità femminile torna a essere un tabù. La Ferrante invece insabbia le grandi date. Il ’68 poteva essere un’occasione di riscatto per le sue protagoniste, ma non è così.”

Rampello, a conclusione della presentazione ricorda una frase di Virginia Woolf, che è l’emozione a tenere insieme il testo, più che la concatenazione degli eventi o qualunque altra cosa.

Dal pubblico Luisa Muraro fa notare che Ferrante ha scritto un libro femminista.

Rosaria Guacci fa notare che dopo essere sprofondate nella caverna, esperienza comune a molte donne e scrittrici, non ci si dovrebbe chiamare sopravvissute, ma vincitrici

Francesca Avanzini

Appunti di Israele

Cominceremo dal deserto, quello di Giuda, poco lontano dal Mar Morto. Il deserto di sera, quando si accendono poche lampade sulle baracche dei beduini, gruppi di quattro, cinque casupole lontane chilometri da altri gruppi.

Fuori un uomo ricovera una capra, si vedono panni stesi. Ti chiedi, cosa faranno ora che cala l’oscurità, senza televisione, senza telefonini-pare improbabile che li abbiano-guarderanno le stelle, si racconteranno storie, o sono luoghi comuni? Saranno più o meno felici di noi?

Durante il giorno sono sciamati giù dalle dune a offrire le loro mercanzie, sciarpe bianchissime made in China, collanine, giri in cammello. Si materializzano silenziosi alle spalle appena metti piede fuori dall’abitacolo, anche bambini piccolissimi e scuri.

Il deserto si estende non a perdita d’occhio-perché all’orizzonte s’intravede una sottile striscia di vegetazione-ma quasi. Colline di sabbia appuntite riempiono tutto il campo visivo. L’aria è secca, tonica.

Sopravvivono ancora oggi conventi di monaci, per esempio quello ortodosso di S. Giorgio, appeso sopra una forra color ocra tra palmeti e cieli di maiolica.

Nel deserto Gesù stette quaranta giorni, Giosuè, di ritorno dall’Egitto, vi vagò per quarant’anni coi suoi prima di trovare la strada per Gerico. Quaranta è un numero simbolico, significa quanto basta. Per esempio perché morissero tutte le generazioni che erano state schiave, e a Gerico arrivassero solo uomini liberi. Il quaranta è legato al quattro, numero fondamentale nell’universo pre-cristiano, che rappresenta l’interezza del cosmo, le quattro direzioni. Il Cristianesimo, basato sulla Trinità, sopprime la polarità femminile, la materia, salvo poi reintrodurla nella figura della Vergine e simili. Questo almeno sostengono alcuni.

Un viaggio in Palestina non può prescindere dalle radici della nostra cultura, il Cristianesimo. Ovunque nel paese, intorno ai luoghi e agli oggetti propri di una società di pastori-la pietra su cui Gesù, a mo’ di mensa, consumò parte della pesca miracolosa, la cima del monte Tabor, già sacro ai pagani, dove si trasfigurò, le giare di purificazione di Cana, la cui acqua venne tramutata in vino- i Francescani principalmente, comprando i terreni, hanno eretto basiliche moderne su modello di antiche, fatte per accogliere centinaia di pellegrini, più anonime che brutte, e che non rendono giustizia alla spiritualità dei luoghi. Tutte più o meno uguali, con mosaici alle pareti o vetrate colorate, altari disadorni, all’esterno sono spesso di arenaria bianca, come la maggior parte delle case di Israele, così perlomeno non rovinano il paesaggio.

Due, a parere di chi scrive, si distinguono. La “Duc in alto” a Magdala, costruita da tre architette per commemorare le donne della Bibbia, ha pianta circolare e vetrate che si allargano sul lago di Tiberiade. L’atmosfera è di grande raccoglimento. Nella cripta un affresco strepitoso rappresenta, inquadrando solo piedi e lembi di vesti, il miracolo dell’emorroissa.

Intorno al dolce e pescosissimo lago si affollano sette santuari che ricordano altrettanti episodi della vita di Gesù.

L’altra basilica moderna che colpisce è l’Annunciazione a Nazareth. Di arenaria bianca fuori, il soffitto di cemento della chiesa superiore è a forma di margherita capovolta e ricorda che in arabo Nazareth significa “la fiorita”. Nella chiesa inferiore la casa della Madonna. Sappiamo che si tratta veramente della sua anche per le iscrizioni di Kyrie Maria lasciate su di essa dai pellegrini del I secolo.

Sempre inglobato nell’area archeologica il pozzo di Maria, dove l’angelo la trovò e da cui lei, ragazzetta quattordicenne, fuggì spaventata per rifugiarsi in casa. Qui avvenne l’annunciazione vera e propria.

Anche se Maria era benestante perché il padre possedeva greggi, la sua casa non era molto diversa dalle altre: un piano superiore, dove si dormiva e si svolgevano attività, con quattro pilastri che sorreggevano il tetto di paglia e sotto, scavato nella roccia, lo spazio per gli animali.

Gesù, dunque, non è nato in una grotta perché povero-lo erano tutti- ma perché la madre, chiedendo ospitalità in una casa di Betlemme e non trovando spazio sopra, dove già altri dormivano, fu, com’era normale, alloggiata sotto insieme agli animali.

La storia dei monumenti di Israele segue quella dei suoi occupanti. Il tempio fu distrutto dai Romani nel ’70; nel 135 Adriano riconquistò Gerusalemme e per dispetto chiamò il paese Palestina dai Filistei, i più grandi nemici degli Ebrei. Nel 614 arrivarono i Persiani, scacciati dai Crociati nell’XI secolo, che poi presero e ripresero più volte il paese ai Mamelucchi. Questi, nel XVI sec., furono definitivamente sconfitti dagli Ottomani che restarono fino al 1917, anno in cui entrarono le truppe britanniche.

Quando si scava, si trovano prima resti romani, poi archi crociati a sesto acuto e mosaici bizantini. Ogni volta i Cristiani ricostruivano e ogni volta la successiva dominazione musulmana radeva al suolo e ricostruiva.

Molti i resti di città romane, tra cui Cesarea, affacciata al Mediterraneo, con spiagge di conchiglie rosa, un poderoso acquedotto voluto da Erode, un teatro e un ippodromo romani ben conservati.

La Basilica della Natività a Betlemme, eretta nel 326 e più volte rimaneggiata, fu l’unica a essere rispettata da tutti e mai distrutta. Pietra dorata fuori, il buio nartece dal cui soffitto pendono lampadari ortodossi immette nella basilica a cinque navate scintillante di mosaici d’oro del XII sec. recentemente restaurati. Una scalinata porta alla grotta della Natività. La pietra su cui nacque Gesù è contrassegnata da una stella d’argento a 14 punte. La grotta è condivisa da cattolici, greco-ortodossi e armeni. Ogni Messa deve durare 25 minuti e non uno di più, per non provocare discussioni che possono anche degenerare.

Intorno a Betlemme, come intorno a tutti i luoghi sacri, si riversano pullman di pellegrini. La fede è anche business, e l’indotto del turismo sacro è notevole. Certamente ci campano i venditori di “dieci rosari cinque euro” -valuta bene accetta, insieme al dollaro-e di innumerevoli e orribili immaginette sacre.

Betlemme è territorio palestinese, come parte del Mar Morto, e però i controlli per passare dall’area israeliana a quella palestinese non sono severi, perlomeno per i turisti. Tutto al momento pare tranquillo.

Lungo il Grande Rift, dove si scontrano la placca tettonica africana e quella arabica, sono allineati il lago di Tiberiade (-212 sotto il livello del mare) il Mar Morto (-425, il punto più basso della terra) e il Mar Rosso. Sulla stessa linea il Giordano segna il confine tra Palestina e Giordania. Sia per la depressione che per la presenza delle acque, il clima è mite e adatto alla coltivazione di frutta e ortaggi. Molti i bananeti intorno al Mar Morto. A causa del diminuito apporto delle acque del Giordano, usate per irrigare, il mare si è drasticamente abbassato, e si cerca di ovviare all’inconveniente incanalandovi acqua dal Mar Rosso.

Un bagno nel Mar Morto è di prammatica e possibile estate e inverno. Ci si galleggia, come è noto, le acque sono dense, quasi un gel, e bagnano poco. Sono salatissime, amare e piccanti. Lasciano sulla pelle preziosi minerali che la rendono morbida e liscia.

Arrivando a Gerusalemme dall’aeroporto di Tel Aviv si vedono pezzi di muro. Di cemento bianco, tre metri sotto terra e cinque sporgenti, è agghiacciante come tutti i muri separatori di popoli. Non è continuo, è posto a barriera dei luoghi da dove è più probabile la fuoriuscita. Va avanti tanti chilometri quanti sono sufficienti a scoraggiarla.

Gerusalemme si trova a 800 metri circa di altitudine, variabile a seconda dei punti.

In basso la città vecchia, racchiusa da poderose mura erodiane, tutt’intorno le verdi colline delle nuove abitazioni. La vista dall’alto allarga il cuore, colpisce soprattutto la luce dorata, forse per via dell’aria tersa, forse per il riflesso delle migliaia di case bianche.

Per parlare estesamente di Gerusalemme occorrerebbero non pagine ma libri. Ci limiteremo a qualche accenno. Anche a Gerusalemme non si può prescindere dai luoghi del Cristianesimo, perché qui si è svolta l’ultima parte della vita di Gesù, e a ogni episodio è dedicata una basilica o un ricordo, sia nella città vecchia, dove si trovano il Santo Sepolcro e la Via Dolorosa, che fuori, per esempio sul Monte degli Ulivi o nell’Orto dei Getsemani.

Le code per inginocchiarsi davanti al Santo Sepolcro, toccarlo e cedere immediatamente il posto alla persona seguente durano anche tre o quattro ore. Alla chiesa crociata del XII sec. sono state apportate aggiunte e rimaneggiamenti. Oggi è labirintica, buia, incessantemente percorsa da pellegrini. La salita al Golgota, incluso nell’edificio, ritiene una cupa drammaticità.

Il Santo Sepolcro è nel quartiere cristiano, che confina con quello musulmano, pullulante di turisti e negozietti. È l’eterno incanto del suk, delle montagne di spezie, cuoi, gioielli, tappeti, dei commercianti barbuti con occhi che forano. Noi occidentali siamo completamente sedotti, o forse si dovrebbe dire sedotte, disposte a pagare le merci tre volte il loro valore pur di godere dell’atmosfera.

Nel suk i gatti circolano ovunque, non castrati come nei luoghi alti, pronti a chiederti cibo e carezze e poi graffiarti se indugi troppo sul loro manto, a marcare ben bene il territorio.

I luoghi più sacri sia per gli Ebrei che i Musulmani sono ai limiti dell’elegante quartiere ebraico pieno di ultraortodossi vestiti in bianco e nero, con boccoli, cappello e scatoletta delle Scritture sulla fronte. In genere non lavorano-ma le loro mogli sì- sono preposti alla preghiera e godono di facilitazioni statali. Non sono ricchi ma molto solidali tra loro. Altri Ebrei molto osservanti portano boccoli e kippah. Sono attivi, e annoverano nelle loro fila coloni che vanno a occupare territori tirandovi su in men che non si dica aziende modello, kibbutz o moshav, che ammettono qualche forma di proprietà privata.

Oltre il Muro Occidentale, dove gli Ebrei pregano e piangono la distruzione del Tempio, si stende la Spianata dei Templi, con la cupola d’oro della Roccia, da cui Maometto ascese al cielo e dove Abramo avrebbe dovuto sacrificare Isacco, e quella nera della moschea di el-Aqsa.

Nella città vecchia ogni muro, ogni sasso vale una visita o una sosta. Da non perdere le rovine della Piscina Probatica (delle pecore), antichissimo luogo di cure per acqua, dove Gesù guarì il paralitico, e l’annessa chiesa crociata di S.Anna.

Tutti i musei della città nuova valgono una visita. Toccante lo Yad Vashem, i cui bei padiglioni di cemento racchiudono le testimonianze dell’Olocausto, in mezzo a un giardino dove si ha l’impressione che i morti finalmente possano riposare in pace. All’uscita dal buio inferno del Padiglione dei Bambini, esplode la veduta dell’intera Gerusalemme e davvero si ha l’impressione di uscire a “riveder le stelle”.

E terminiamo con una nota più leggera. Hummus, falafel, carne grigliata, verdure con tutti i generi di salse, tradizione araba, ottomana e nord-europea si mischiano a formare un cibo squisito, innaffiato di olio e vino prodotti localmente.