La ragazza con la Leica

Il 15 settembre a Milano, presso la “Libreria delle donne”, si è svolto un incontro con Helena Janeczek, vincitrice dello Strega per “La ragazza con la Leica” (Guanda, pp.320,€ 13,50) introdotta e intervistata da Rosaria Guacci e Lilli Rampello.

Guacci sottolinea come alcuni abbiano posto problemi circa questo libro, che “non ci dà un ritratto a tutto tondo di Gerda Taro, ma fa parlare tre persone che l’hanno accompagnata in vita, il dottor Willi Chardack, che l’ha amata e ha continuato ad amarla anche quando lei gli ha preferito Georg Kuritztes, Kuritzkes stesso e Ruth Cerf, ex modella e amica con cui la Taro divideva una camera nel 1938.” La Taro non compare mai in prima persona, ma attraverso i ricordi degli altri, cui ritorna in mente nel corso degli anni ’60. Cosicché, morta sul campo nel 1937 durante la guerra di Spagna, a soli ventisette anni, “è una nostalgia lunga vent’anni, una cometa che ha attraversato la storia.”

Guacci rileva inoltre come, secondo la cifra tipica dell’autrice, le cui narrazioni hanno sempre a che fare col ‘900, il libro sia un intreccio di pubblico e privato, un affresco corale, un misto di ricordi famigliari, epica, memoir, nonché un’imponente raccolta di materiali. Janeczek gli ha dedicato sei anni della sua vita.

Rampello nota che questa di Gerda Taro, “è il tassello di una storia più ampia. Si concentra sugli anni ’30, che hanno molte analogie con i nostri. Attraverso la figura di Gerda abbiamo un’idea di quello che vogliono le donne in quegli anni. Non a caso il libro si intitola ”La ragazza con la Leica”, e non “di Capa”. (Famoso fotografo compagno di Gerda, n.d.r.) È una storia di relazioni, di legami che permettono a dei giovani di reagire all’onda del nazismo e costruirsi una vita nonostante esso. Gerda rimane al centro della sua vita e del suo lavoro. Muore tranciata da un carro armato, tenendosi le viscere e chiedendo, ‘Dove sono i miei rullini?’ Anche se nel libro non c’è mai, c’è attraverso le parole degli altri, si disegna attraverso la sua assenza. Lei era soprattutto libera.”

“L’occasione di questo libro è stata una mostra”, spiega Janeczek,. “Quanto alle ragioni profonde per cui nasce un libro, quelle si scoprono solo in fieri. Mi sono incuriosita e mi sono procurata la biografia della Schaber. Per chi si occupa di fotografia, la Taro non è una figura sommersa, ma piuttosto centrale. C’è abbastanza materiale (letterario e fotografico n.d.r.) e non c’era alcun bisogno di un libro come questo, se non il mio bisogno di confrontarmi con quegli anni. Come i canarini in miniera che avvertono prima l’odore dei gas, si avverte ora un odore simile a quello degli anni ’30. Ho subito la fascinazione di questa figura femminile, ma non volevo trasmettere un senso di women empowerment come è di moda ora nelle case editrici, anzi, volevo smontare dei cliché. Per esempio che fosse una specie di femme fatale o di Giovanna D’Arco della Resistenza. Se volevo essere congrua con il soggetto, poi, dovevo usare tecniche più sofisticate che non la biografia e che avessero a che fare col linguaggio letterario del ‘900. Spirali che si innestano su un meccanismo narrativo molto semplice: uno fa una passeggiata per Roma, l’altra lavora con un amico di Capa, e così la ricordano. Gerda diventa l’emblema di un’epoca. Viene idealizzata dai suoi amici, ma aveva anche dei lati sgradevoli, perché era molto orientata a perseguire i suoi obiettivi. Proprio per questo era affascinante, perché era sfuggente, non si dava mai fino in fondo. L’ho amata e a volte odiata, ho pensato che era una stronza. Ma non volevo farlo vedere perché quelli che parlano di lei non lo pensano, salvo Ruth che a un certo punto dice, ‘Quando non aveva più bisogno di te, ti mollava.’ Volevo rendere affascinante un personaggio con dei lati non belli, perché mi piace raccontare personaggi con delle contraddizioni. Mi piace la sua capacità di non perdersi d’animo e di cambiare radicalmente senza rinnegare niente di quel che è stato.”