Chi, come chi scrive, è stata giovane negli anni ’70, prova, nel visitare la mostra “Il soggetto imprevisto”, a cura di Marco Scotini e Raffaella Perna, ai “Frigoriferi Milanesi” dell’omonima città fino al 26 maggio, un senso di familiarità. Si viveva a pane e collage, pane e poesia visiva, decostruzione di senso, installazioni, sequenze fotografiche, allora, e vedere riunite insieme tante opere simili dà, insieme a un’impressione di “io c’ero”, anche quella del tempo che è trascorso, inscrivendo le suddette opere nei ranghi dei classici. Anche quelle nate magari per essere transitorie, commentare o contestare il momento.
Un’altra osservazione che la mostra suscita è: “Ma dove è finita l’ironia d’antan?” Forse esisterà ancora, da qualche parte e a nostra insaputa, ma il senso di giovanile irriverenza, forza, ribellione e insieme giocosità e divertimento, è difficile da trovare oggi.
Tutte le opere sono d’artiste: il soggetto imprevisto è la donna, che non si immaginava potesse sovvertire o mettere in discussione i ruoli tradizionali e reclamare per sé la ribalta. L’espressione è tratta da uno scritto di Carla Lonzi, una delle teoriche del femminismo milanese e del femminismo tout court.
La mostra si gioca tra i poli della parola e del corpo, parola come linguaggio, invenzione patriarcale cogente e da sovvertire, portando alla luce lo specifico femminile, un corpo finalmente liberato da corsetti fisici e metaforici, da maschere e travestimenti. Ecco allora la scrittura astratta di Carla Accardi, geroglifici verdi su plexiglas, o le “Trascrizioni” di Irma Blank, in cui solo la ”gabbia” della pagina e la divisione in paragrafi rimane, il resto è segno astratto che mima la scrittura e non significa nulla se non la sua pura energia.
Ketty La Rocca decostruisce l’immaginario comune e accosta immagini femminili stereotipate, tratte da rotocalchi, a scritte non-sense e/o ironiche (“Non commettere sorpassi impuri” accanto alla figura di una bella in costume, “Gradisce un virus?” di fianco a invitanti visi femminili).
Tomaso Binga, pseudonimo di Bianca Pucciarelli, mima col suo corpo nudo, fotografato da Verita Monselles, le lettere dell’alfabeto, riscattando con la corporeità e insieme denunciando, i canoni espressivi entro cui è costretta dalla cultura patriarcale (“Alfabetiere murale”, 1976).
Molte le immagini di donne ingabbiate nei ruoli domestici (ad esempio le foto di Liliana Barchiesi) o le opere costruite (decostruite) con materiali da lavoro femminili quali fili, scampoli, rocchetti (i libri cuciti di Maria Lai, le composizioni a forma di occhi, bocche, vagine di Clemen Perrocchetti, la lenzuolata di Diane Bond che espone feticci del desiderio maschile). Oggi abbiamo fatto l’abitudine a produzioni artistiche del genere, ma allora erano dirompenti.
Il 1978 è stato ritenuto dai curatori anno fondamentale per vari motivi, non ultimo l’uscita a Milano del libro-autoritratto collettivo “Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo”, risultato degli incontri-confronti di un gruppo di artiste (tra cui Paola Mattioli, di cui sono esposte foto) che si incontravano appunto il mercoledì.
Sono i tempi in cui si scopre o riscopre il lavoro collettivo, e testimonianze del Gruppo Femminista Immagine di Varese, del Gruppo XX di Napoli e altri sono pure presenti in mostra.
Negli anni ’70 molte donne scoprono come la fotografia, usata diversamente dai canoni rappresentativi maschili, possa spiazzare stereotipi di genere e sottrarre il corpo femminile alla reificazione, autorappresentandolo e reclamando per sé ruoli da protagonista. In questo senso sono da leggersi le sequenze fotografiche di Paola Mattioli “Diana“ e quella della donna incinta, mentre le foto del parto, di cui molto si parla ma che mai viene fatto vedere , sono di Lisetta Carmi.
La mostra espone oltre cento artiste, tra cui Marina Abramović, Giosetta Fioroni, Giulia Niccolai, Carol Rama.
Francesca Avanzini


