I pini di S.Terenzo. In memoriam

Dunque S.Terenzo, Liguria, vicino a Lerici. La preannunciata, cimiteriale piazzetta all’estremità del paese va concretizzandosi, più tetra, banale, anonima che mai.

Come molti sapranno, prima, al suo posto, c’erano dei pini marittimi altissimi, verdissimi, molto belli. Sotto, rovesciate all’ombra, ci stavano delle barche colorate e dei vecchi e delle vecchie che sfangavano i pomeriggi estivi chiacchierando e facendosi vento con ventagli di fortuna, alcuni col fazzolettone da naso bianco con le quattro cocche annodate in testa, le vecchie col grembiule senza maniche di maglina a disegni bianchi e blu.

Mi si dice che i pini non erano lì da molto, una cinquantina d’anni, eppure avevano fatto in tempo a comparire in non so quante cartoline o quadri di pittori della domenica, o magari anche affermati, non so, i primi li ho visti con i miei occhi, per gli altri non posso garantire, e forse anche in qualche poesia.

Fatto sta che i pini erano una delle caratteristiche di S.Terenzo, gli davano un’aria ruspante, d’altri tempi, da borgo di pescatori. Non omologata. A proposito di pescatori, anche loro a volte rammendavano le reti all’ombra dei pini.

Un bel giorno, nonostante le manifestazioni, le lettere, il parere contrario di molti cittadini, l’amministrazione comunale decide che gli alberi vanno abbattuti. Evidentemente la decisione, se è stata votata, è andata bene ai più.

E già sento le ciance mascherate da buon senso: “Quegli alberi sollevavano l’asfalto con le radici…” Bene, allora togliete l’asfalto, mica gli alberi.

“Ma quell’asfalto sollevato faceva inciampare…” Vabbè, guardate dove mettete i piedi, invece di guardare il telefonino.

Davvero la gente è piena di fisime. Si lamenta delle radici che fanno inciampare e tollera senza fiatare, per dire, il chiasso delle moto che sfrecciano sulla provinciale o quello di un normale ristorante italiano da cui si esce frastornati e quasi sordi dopo una cena.

Ah, e poi la scusa ultima, la più ipocrita: “Ma quegli alberi erano malati…” See, tua nonna. E se anche, fateli curare.

Ora, posto che non sono una fanatica del com’era dov’era, chessò, avrei affidato la ricostruzione della Fenice a un grande architetto (Liebeskind, Piano?) l’avrei rifatta modernissima, e lo stesso dicasi per Notre Dame, posto che una decina di pini marittimi non sono una foresta dell’Amazzonia e neanche uno dei problemi cocenti del mondo, tuttavia mi piange il cuore a vedere un angolo pieno di grazia profanato e imbruttito.

I crimini del gusto, come quelli del cuore, vanno puniti, e per quanto mi riguarda boicotterò tutti gli esercizi che si affacciano sulla piazza.

Mi piaceva (abbastanza, non da impazzire) la pizza che facevano in una certa pizzeria e così dicasi per il gelato di una certa gelateria. Pazienza, nei dintorni non mancano né gelaterie né pizzerie.

Spero proprio che tanti facciano lo stesso. Chi mi legge mi segua!

IL SOGGETTO IMPREVISTO. 1978 Arte e Femminismo in Italia

Chi, come chi scrive, è stata giovane negli anni ’70, prova, nel visitare la mostra “Il soggetto imprevisto”, a cura di Marco Scotini e Raffaella Perna, ai “Frigoriferi Milanesi” dell’omonima città fino al 26 maggio, un senso di familiarità. Si viveva a pane e collage, pane e poesia visiva, decostruzione di senso, installazioni, sequenze fotografiche, allora, e vedere riunite insieme tante opere simili dà, insieme a un’impressione di “io c’ero”, anche quella del tempo che è trascorso, inscrivendo le suddette opere nei ranghi dei classici. Anche quelle nate magari per essere transitorie, commentare o contestare il momento.

Un’altra osservazione che la mostra suscita è: “Ma dove è finita l’ironia d’antan?” Forse esisterà ancora, da qualche parte e a nostra insaputa, ma il senso di giovanile irriverenza, forza, ribellione e insieme giocosità e divertimento, è difficile da trovare oggi.

Tutte le opere sono d’artiste: il soggetto imprevisto è la donna, che non si immaginava potesse sovvertire o mettere in discussione i ruoli tradizionali e reclamare per sé la ribalta. L’espressione è tratta da uno scritto di Carla Lonzi, una delle teoriche del femminismo milanese e del femminismo tout court.

La mostra si gioca tra i poli della parola e del corpo, parola come linguaggio, invenzione patriarcale cogente e da sovvertire, portando alla luce lo specifico femminile, un corpo finalmente liberato da corsetti fisici e metaforici, da maschere e travestimenti. Ecco allora la scrittura astratta di Carla Accardi, geroglifici verdi su plexiglas, o le “Trascrizioni” di Irma Blank, in cui solo la ”gabbia” della pagina e la divisione in paragrafi rimane, il resto è segno astratto che mima la scrittura e non significa nulla se non la sua pura energia.

Ketty La Rocca decostruisce l’immaginario comune e accosta immagini femminili stereotipate, tratte da rotocalchi, a scritte non-sense e/o ironiche (“Non commettere sorpassi impuri” accanto alla figura di una bella in costume, “Gradisce un virus?” di fianco a invitanti visi femminili).

Tomaso Binga, pseudonimo di Bianca Pucciarelli, mima col suo corpo nudo, fotografato da Verita Monselles, le lettere dell’alfabeto, riscattando con la corporeità e insieme denunciando, i canoni espressivi entro cui è costretta dalla cultura patriarcale (“Alfabetiere murale”, 1976).

Molte le immagini di donne ingabbiate nei ruoli domestici (ad esempio le foto di Liliana Barchiesi) o le opere costruite (decostruite) con materiali da lavoro femminili quali fili, scampoli, rocchetti (i libri cuciti di Maria Lai, le composizioni a forma di occhi, bocche, vagine di Clemen Perrocchetti, la lenzuolata di Diane Bond che espone feticci del desiderio maschile). Oggi abbiamo fatto l’abitudine a produzioni artistiche del genere, ma allora erano dirompenti.

Il 1978 è stato ritenuto dai curatori anno fondamentale per vari motivi, non ultimo l’uscita a Milano del libro-autoritratto collettivo “Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo”, risultato degli incontri-confronti di un gruppo di artiste (tra cui Paola Mattioli, di cui sono esposte foto) che si incontravano appunto il mercoledì.

Sono i tempi in cui si scopre o riscopre il lavoro collettivo, e testimonianze del Gruppo Femminista Immagine di Varese, del Gruppo XX di Napoli e altri sono pure presenti in mostra.

Negli anni ’70 molte donne scoprono come la fotografia, usata diversamente dai canoni rappresentativi maschili, possa spiazzare stereotipi di genere e sottrarre il corpo femminile alla reificazione, autorappresentandolo e reclamando per sé ruoli da protagonista. In questo senso sono da leggersi le sequenze fotografiche di Paola Mattioli “Diana“ e quella della donna incinta, mentre le foto del parto, di cui molto si parla ma che mai viene fatto vedere , sono di Lisetta Carmi.

La mostra espone oltre cento artiste, tra cui Marina Abramović, Giosetta Fioroni, Giulia Niccolai, Carol Rama.

Francesca Avanzini

Exhibition