Otto mesi a Ghazzah Street

Non succede molto per tre quarti di “Otto mesi a Ghazzah Street” di Hilary Mantel, scrittrice inglese due volte insignita del Man Booker Prize.

Né molto può succedere. La protagonista, Frances, segue il marito ingegnere civile a Gedda: la promessa di lauti guadagni è una scorciatoia per i sogni da realizzare insieme.

Lei, una donna che ha sempre lavorato, sa a che cosa va incontro: la reclusione in un appartamento, e per tutto svago le visite alla biblioteca inglese, il circolo di croquet e il tè con le mogli dei colleghi del marito. Una volta in loco, scopre che la realtà è molto peggiore: fuori il caldo è opprimente, la luce sempre filtrata da una pellicola di sabbia, la città un contrasto di edifici grandiosi, cantieri abbandonati e costruzioni fatiscenti. La cosa più sconcertante, però, sono le donne “ridotte a sagome ballonzolanti dentro un velo nero”, che viaggiano in macchine oscurate e che il personale dei pubblici esercizi ignora, preferendo rivolgersi ai mariti.

Relegata lontano da altri espatriati, Frances fa amicizia con le vicine musulmane, donne intelligenti, avvolte in abaya nere, che servono caffè con braccia cariche di ori.

Ma non è distrazione sufficiente: la realtà a poco a poco perde i suoi contorni e la paranoia sale, in un paese dove niente è quel che sembra, la verità è del più forte e rischi l’arresto per indossare una catenina d’oro durante il Ramadan (mentre i Rolex d’oro esibiti dai locali non recano offesa).

Il clima è di minaccia costante. I passi che senti nell’appartamento vuoto di sopra sono reali o frutto dell’immaginazione? La figura velata intravista sulle scale è una fantesca o un uomo armato? E ti puoi fidare delle vicine che mandano prelibatezze e vanno a strani appuntamenti sul tetto?

In un’atmosfera alla “Notorious” si sospetta di tutti, persino del marito, perché in ogni uomo sonnecchia un padrone ed è un attimo cedere al patriarcato circostante.

Ogni pur tentata comprensione è impossibile per Frances, in un posto dove peccato equivale a crimine e la tolleranza non è considerata una virtù.

E se per 200 pagine magistralmente si addensa la tempesta, è nelle ultime concitate 100 che si tirano le fila di una vicenda che (il libro è del 1988, solo ora tradotto) anticipa il terrorismo, il contrasto sunniti-sciiti e quello forse insanabile tra Oriente e Occidente.

Francesca Avanzini

Otto mesi a Ghazzah Street, Fazi, pp.334, € 19

UN OSPEDALE UNICO AL MONDO

Nel 1991 Carmine Del Rossi, chirurgo pediatrico, già direttore dell’Ospedale dei Bambini di Parma, parte con un’équipe di medici alla volta del Bangladesh per operare in un ospedale di Saveriani. È la prima di una serie di missioni che realizzano un antico progetto, covato fin dai tempi dell’Università, e che purtroppo si interrompono con l’attentato di Dakha del 2016.

Fino a quel momento, ogni mese per sei-sette mesi l’anno, nell’ospedale di Dakha, città di circa 2 milioni di abitanti ai confini con l’India, si alternano équipe chirurgiche altamente qualificate in varie discipline, che vanno là a proprie spese sfruttando il periodo delle ferie e portandosi gli strumenti.

Il daffare è tanto, e impone ritmi disumani. Ai cancelli, vagliate da un ineffabile portiere in giubbotto jeans, premono masse di disperati, che magari si sono sottoposte a un viaggio di 500 km e si accampano per notti e giorni in attesa del consulto.

L’ultima missione partita consta di chirurghi pediatrici esperti in urologia e nella ricostruzione di genitali, anestesisti, infermiere e dello psichiatra Raffaello Roberti, già presidente della sezione emiliana della Società Italiana di Psichiatria, presente non in veste professionale ma, grazie alla passione ed esperienza letteraria, in qualità di cronista della missione. Le sue osservazioni sfociano nel libro “Un ospedale unico al mondo.”

Quello che colpisce, nelle pagine del libro, è il numero e la varietà di malformazioni che ricordano il nostro Medioevo di storpi e derelitti. Molto è dovuto, ovviamente, alla povertà, alla malnutrizione e alla condizione delle donne. Totalmente sottomesse al potere maschile, sono le ultime a mangiare anche se incinte, dopo il capofamiglia e i numerosi figli maschi e femmine, magari in piedi o accucciate in un angolo della cucina. Alcune storie sono veramente toccanti, come quella di Rini, successa ormai qualche tempo fa ma sempre paradigmatica della condizione femminile e delle tensioni religiose del paese.

Violentata da un ragazzo indù, lei musulmana, tenta, all’oscuro della famiglia, di procurarsi un aborto e si perfora l’appendice. Le conseguenze sono gravissime, e dopo dolorose vicissitudini e interventi sui generis che riducono la famiglia sul lastrico, la ragazza deve girare con il sacchettino delle feci. L’ultima speranza è riposta nell’équipe di medici italiani, che riparano il misfatto e le ridanno il sorriso. La ragazza che incredibilmente, nel frattempo, si è sposata col suo fidanzato musulmano, dovrà girare ancora un anno col sacchetto, in attesa del ritorno della missione, ma alla fine riuscirà a condurre una vita normale.

Non tutte le storie però hanno un happy ending, molte famiglie rifiutano le figlie se imperfette o inadatte a procreare. Così le poverette finiscono per strada dove le attende una morte certa.

Sono molte le figure che ruotano intorno all’ospedale, la formidabile madre Tecla, robusta settantenne di Bergamo sulle cui spalle grava tutto l’istituto, il direttore Carlos, un messicano con baffi e pizzetto che sembra uscito da un western e che invece guida da anni con perizia l’organizzazione nonché lo spericolato pulmino incaricato di prelevare dall’aeroporto le équipe mediche, il missionario laico Rudi, profumato di dopobarba anche ai limiti della jungla, imprenditore di successo fulminato da conversione, che ha deciso di applicare le sue capacità imprenditoriali a una casa-famiglia per orfani. I bambini sono puliti, ben nutriti e sorridenti. È il sorriso l’arma segreta della popolazione, una mitezza che si fa strada nonostante le brutture, il terrorismo reclutato tra le frange di estrema povertà, la malattia e la miseria. Tra le varie piaghe anche un’altissima percentuale di talassemia, che gonfia a dismisura la milza e le pance dei bambini e scassa il cuore. Eppure sorride la gente e sorridono i medici. In questo ospedale unico al mondo, come in un’oasi privilegiata, vengono sospese rivalità e lotte di potere, gerarchie e avidità. Tutti collaborano al fine di curare al meglio e gratuitamente gli ultimi della terra, sopperendo alle carenze dello stato e rimediando dove possibile alle ingiustizie.

Di tutto questo materiale Raffaello Roberti ha montato un agile libretto corredato di eloquenti fotografie, che cattura il lettore con l’intensità delle storie e lo schizzo acuto dei caratteri. Il libro è reperibile presso la Feltrinelli di Via Farini, dove è stato presentato nei giorni scorsi, ed è in vendita al prezzo di 10 euro. Non occorre neanche dire che il ricavato della vendita sarà interamente devoluto all’ospedale, che si regge su donazioni private e sull’autofinanziamento.

Francesca Avanzini

Raffaello Roberti, Un ospedale unico al mondo, p.116, € 10