Proverbi e modi di dire russi

 

“Proverbi e modi di dire russi” è un piccolo libro scritto a scopi didattici ma non solo da Kumush Imanalieva. Musicologa laureata presso il Conservatorio di Mosca, vive da più di trent’anni in Italia e unisce la passione della musica a quella della sua lingua, che insegna per dieci anni alla Normale di Pisa e poi presso altre istituzioni e privatamente. E quale modo migliore per insegnarla, tenendosi al tempo stesso in contatto con le radici e attutendo la nostalgia, che non rivolgersi alla saggezza sempreverde dei proverbi, che ancora rispecchiano l’essenza della Russia? Un’occasione, anche, per comparare, così, a pelle, l’animo russo con quello italiano: i proverbi sono riportati in cirillico in ordine alfabetico, con sotto la traduzione letterale italiana e ancora più sotto l’analogo italiano se esistente.

I proverbi affondano per la maggior parte nella cultura contadina, ormai finita ma di cui afferriamo ancora gli estremi lembi e che, non avendone sperimentato di persona la durezza, talvolta rimpiangiamo. Quando si tratta di faticare, c’è poca differenza tra i popoli. I russi possono ben dire “Senza fatica non si pesca nemmeno un pesciolino da uno stagno”, e gli italiani “Chi non suda, non ha roba”, sempre di sgobbare si tratta.

La casa, l’aia, il bosco confinante, lo stagno, delimitano il mondo contadino. La saggezza è tratta dall’osservazione del quotidiano- dunque delle attività che servono alla sopravvivenza- e della natura. Molti i riferimenti ai mestieri: fabbri, boscaioli (“Quando tagliano gli alberi, volano le schegge”), pastori, contadini, soprattutto (“Quel che semini, raccogli”; ”Il cavallo vecchio non rovina il solco”) e poi pescatori, sarti, ciabattini (“Il calzolaio senza stivali”, ossia “Il ciabattino ha le scarpe bucate”). Gli stivali sono importanti nella cultura russa, non esistono molti altri tipi di scarpe. Chi se li può permettere, indossa stivali, i contadini portano calzature di corteccia di betulla tenute insieme da fibra di tiglio (“Non è/non siamo cuciti con il tiglio”, cioè “Non è/non siamo da meno”. E dilatando un po’ il significato si potrebbe forse aggiungere il parmigianissimo “Non dormo mica da piedi” ).

Come è facile immaginare, moltissimi proverbi riguardano gli animali, domestici o da cortile, come cavalli, maiali, asini, pecore, galline, cani, gatti, che si cacciano o catturano, come lepri, beccacce, rane, pesci. Onnipresenti spauracchi, protagonisti in entrambe le aree geografiche, i lupi (“Chi va col lupo, impara a ululare”; “Se hai paura del lupo, non andare nel bosco”, equivalente di “Chi non risica non rosica”) e via ululando.

Dall’osservazione degli animali il contadino trae massime di comportamento, ma c’è di più, esiste un’identificazione tra animali e uomini, cui vengono attribuiti difetti e qualità dei primi, retaggio forse di un tempo in cui gli uni e gli altri erano pressoché indifferenziati, e il cacciatore chiedeva scusa all’orso per doverlo uccidere. Il contadino ha sempre saputo che c’è contiguità tra il mondo umano e quello animale, è solo l’epoca moderna che ha perso questa nozione e con essa il rispetto o forse il senso della natura. Nei proverbi animali risuonano le favole di Esopo e tutte le epoche passate giù giù fino al Neolitico.

Se le culture contadine sono in grado di capirsi in tutto il mondo, ci sono però delle differenze. L’area mediterranea è civiltà dell’olio, dunque mai insalata è stata guastata da troppa abbondanza di esso, mentre in area russa “La pappa non si guasta per troppo burro”, vale a dire “Melius abundare quam deficere”. Ugualmente inutile portare vasi a Samo o samovar a Tula, luogo di loro produzione per eccellenza.

In Russia si cacciano orsi e se ne cuciono molte pellicce, si cucinano blinis invece che focacce (e “Il primo ‘blin’ ha la forma di palla”, vale a dire “Il primo cesto è da bruciare”) si beve idromele invece che vino, si usano rafano e barbaforte per insaporire invece che olio e aceto: cambiano gli ingredienti ma, “Di quel che c’è, non manca nulla.”

Allo stesso modo laggiù un ospite non invitato è peggio di un tartaro, mentre da noi è questione di pisani e livornesi, ma tanto Mosca quanto Roma non sono state costruite in un giorno. Presenti ovunque i diavoli, forse leggermente più abbondanti in area nordica, dove può anche darsi che le foreste siano più oscure e certamente la luce più scarsa. Molti i detti o proverbi presi dalla Bibbia e dal latino per entrambe le aree. Davvero pochi i proverbi che non si possono capire senza spiegazione. “Mosca non crede alle lacrime” per esempio è la battuta di un famoso film che tutti hanno visto, e vale più o meno ”Bisogna rimboccarsi le maniche”. Quelli di saggezza generica sono pressoché uguali nelle due culture: “Nessuno è profeta in patria”, “Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace” ecc.

Sono dunque più le somiglianze che le differenze, e fare da ponte tra le due culture è lo scopo dell’Associazione Orlando Calevro ass.culturale.oc@gmail.com intitolata al musicista prematuramente scomparso, presso cui è possibile reperire il libro in vendita anche presso la libreria “La Bancarella” di Via Garibaldi a 15 euro.

Una menzione speciale meritano poi le illustrazioni a sanguigna di Viktor Derevianko, pianista di fama internazionale che qui si cimenta con un’altra arte e il cui tratto crasso, umoristico, popolaresco, ben si presta a illustrare i proverbi.

Francesca Avanzini

Salvare la scrittura a mano

È centrale in molte distopie: si priva l’uomo della scrittura a mano per poterlo meglio dominare. Coloro che si oppongono, i ribelli, i fuoriusciti, rischiano la vita per accedere a vecchi alfabeti proibiti, per salvare liste della spesa e quaderni delle elementari dei secoli precedenti. Perché senza scrittura l’accesso al passato, e quindi alla memoria, all’identità, è sbarrato: chi non produce scrittura non la sa neanche riconoscere, ed è come aver perduto Palmira e i Budda di Bamiyan.

La scrittura a mano è come il filo del ragno: qualcosa che viene dalla nostra pancia e parla di noi. Pensiamo all’emozione di leggere scritti autografi di grandi, chessò, Churchill Freud o Galileo, o anche, più nel piccolo e privato, di ricevere una lettera d’amore la cui calligrafia, nel riconoscerla, ci fa battere il cuore. E si potrebbe continuare a lungo: dall’autografo, sigillo personale, emanazione fisica che i fan chiedono all’idolo, alla serie di Harry Potter scritta in prima battuta a mano da J.K Rowling, ai figli di Steve Jobs tenuti lontani dai computer fino ai quindici anni…

Ora in Italia c’è una campagna che difende e promuove la scrittura in corsivo e il diritto di ogni ragazzo ad accedervi quale parte integrante dell’educazione: si chiama “Campagna per il diritto di scrivere a mano” ed è promossa dall’Istituto Grafologico Internazionale Girolamo Moretti di Urbino insieme a Unicef. Tra i suoi obiettivi quello di far riconoscere dall’UNESCO la scrittura a mano come patrimonio dell’umanità. Per chi volesse saperne di più, sotto lo stesso nome è possibile consultare una pagina Facebook e visionare video sul tema su You Tube. Il sito ad hoc è invece www.dirittodiscrivereamano.org oppure www.istitutomoretti.it. Un’emanazione dell’istituto Moretti è poi la rivista la rivista “La scrittura” che nei prossimi mesi potrebbe essere presentata anche a Parma e circa la quale vi terremo al corrente.

La campagna è supportata da fior di scienziati e studiosi ed è facile capire perché: durante la scrittura a mano in corsivo (non in stampatello, che “standardizza”) il cervello “si illumina” in più aree, tra cui quelle quelle preposte alla coordinazione e alla memorizzazione. Scrivere a mano ha a che fare con l’armonia, la bellezza, la spazialità, la capacità di “tenere il rigo” fuori e dentro metafora, il controllo, l’attenzione e molte altre cose ancora.

Negli Stati Uniti, dove in molte scuole non si insegna più la scrittura a mano, sostituita da tablet, si è rilevato un peggioramento delle capacità cognitive. Senza contare che la disgrafia, negli USA come ovunque, genera disaffezione alla scuola, scarsa autostima, conflitti con i genitori e gli insegnanti. Naturalmente non si tratta di osteggiare il progresso e mettere al bando gli strumenti tecnologici, ma di affiancare tecnologia e tradizione. Perché “Il modo in cui si scrive influenza anche il significato”, la morte del corsivo porta al tramonto di molti contenuti che chissà, un giorno potremmo rimpiangere.

Francesca Avanzini