Il confine di Giulia

Molto a ragione promosso dai librai, è recentemente uscito per Nutrimenti “Il confine di Giulia” (pp.137, € 15) opera prima del dirigente d’azienda Giuliano Gallini, che con prosa personale e non standardizzata, indaga sulla figura di Ignazio Silone, uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900 e al tempo stesso, pare ormai assodato, spia fascista, forse anche con la connivenza di Togliatti. Forse per aiutare il fratello Romolo, antifascista in carcere duro, forse per una sua connaturata indecisione, quasi un caso di personalità multipla, di cui si trova traccia anche nei tanti pseudonimi adottati. Ignazio Silone uno di essi, vero nome Secondino Tranquilli. Fatto sta che l’uomo è un depresso, e negli anni ’30, durante il suo esilio zurighese, è in cura da Jung, circostanza che l’autore non specifica se vera o verosimile. E tra vero e verosimile, tra documentatissime circostanze storiche, personaggi veri e inventati, si gioca il romanzo, nel tentativo di scavare nella complessa personalità di Silone e di fornire al contempo un ritratto della società di espatriati politici a Zurigo dove, tra una cioccolata e uno strudel nei saloni art déco dei Grand Hotel, si poteva incontrare Brecht e Tristan Tzara, intellettuali ed artisti.

Il personaggio della poetessa Giulia Bassani, tracciato con sensibilità e delicatezza, è totalmente di fantasia e totalmente verosimile, aderente ai canoni di certa femminilità intellettuale d’epoca. Simile, per dire, a un’Antonia Pozzi o Sabine Spielrein.

Molte e profonde le questioni sul tappeto: il fine ultimo della vita, per cui, o si crede in qualcosa, religione, arte o ideologia che sia, o si piomba nel nichilismo; la scelta tra vita e morte, il crinale a volte sottile tra verità e menzogna, salute e malattia. Confini, spartiacque, e l’eterna, manzoniana questione del vero e verosimile in letteratura.

Nel frequentemente superficiale e culinario-in senso proprio e brechtiano-panorama editoriale odierno, un libro non banale.

Francesca Avanzini

Nessuno può fermarmi

In “Nessuno può fermarmi” (Feltrinelli, pp.253, € 16) Caterina Soffici recupera una pagina di storia su cui è volutamente calata una cortina di silenzio. Il 2 luglio 1940 l’Arandora Star, transatlantico di lusso requisito a scopi bellici, che stava deportando dall’Inghilterra verso il Canada presunti fascisti, viene colpito da un siluro tedesco e affondato. Delle circa 800 persone a bordo, tra cui italiani, tedeschi, inglesi, 446 annegano. Molti di loro erano emigrati dei nostri Appennini, che a costo di sacrifici e duro lavoro erano riusciti a farsi una posizione in Inghilterra, ed erano stati ingiustamente accusati di fascismo nel rigurgito xenofobo e di “dagli all’italiano” che segue la dichiarazione di guerra di Mussolini. Xenofobia sempre pronta a ripresentarsi a ogni latitudine, ammonisce il libro, perché, come citato in esergo nelle parole di Tahar Ben Jelloun, “Siamo sempre lo straniero di qualcun altro”.

Caterina Soffici si muove su più piani temporali. Il ritrovamento, ai giorni nostri, di una strana lettera tra le carte della nonna appena morta, induce il giovane Bartolomeo (Bart, come il nonno fino ad allora creduto morto in guerra) a indagare. Rintraccia Flo, ottuagenaria signora inglese vedova dell’amico fraterno del nonno, che ricorda in prima persona gli eventi di quegli anni. La voce di Bart si alterna a quella di Flo e a quella di un soldato inglese sopravvissuto al naufragio, nel ricostruire un’epoca. Sfilano davanti ai nostri occhi Little Italy, nell’East End londinese, coi suoi bar che ricreano all’estero un angolo di Appennino (quello tra Bardi, Borgotaro e Pontremoli, nella fattispecie) le arie d’opera che si rincorrono da una finestra all’altra, le feste col santo patrono portato a spalla per il quartiere, gli addobbi, le lampadine, le mandorle candite. La chiesa di St Peter dove ogni cappella reca la statua del santo a cui ciascun paese è devoto. Per dire, S.Trofimena protegge Minori.

Ma anche la lusinga fascista che si insinua nella comunità italiana, la Casa del fascio a Charing Cross con una lussuosa sala da ballo piena di stucchi, facile attrattiva per ragazzi e ragazze che vogliono divertirsi un po’, anche senza essere fascisti. E poi i negozi distrutti, le disumane condizioni dei campi di concentramento inglesi, i nuclei antifascisti di città capeggiati da un sarto e le acque livide del drammatico mnaufragio.

Mischiando personaggi non veri ma verosimili, rappresentativi di una comunità, ad altri realmente esistiti, Soffici ricostruisce la storia dell’Arandora Star e rende giustizia ai suoi morti, in un romanzo che è anche d’amicizia, senso di colpa dei sopravvissuti, vergogna nei confronti di un passato scomodo. Il finale è pacificatorio e tira le fila non solo di una vicenda di tanti anni fa ma anche dei personaggi, portandoli a una maturazione e a un cambiamento. La prosa scorrevole, gli ambienti ricostruiti con maestria, rendono il romanzo un vero page turner.

Da ricordare: tutti gli anni il 2 luglio si commemorano a Bardi i morti dell’’Arandora Star, a cui è anche dedicata una lapide nella parrocchiale del paese.

Francesca Avanzini