UN OSPEDALE UNICO AL MONDO

Nel 1991 Carmine Del Rossi, chirurgo pediatrico, già direttore dell’Ospedale dei Bambini di Parma, parte con un’équipe di medici alla volta del Bangladesh per operare in un ospedale di Saveriani. È la prima di una serie di missioni che realizzano un antico progetto, covato fin dai tempi dell’Università, e che purtroppo si interrompono con l’attentato di Dakha del 2016.

Fino a quel momento, ogni mese per sei-sette mesi l’anno, nell’ospedale di Dakha, città di circa 2 milioni di abitanti ai confini con l’India, si alternano équipe chirurgiche altamente qualificate in varie discipline, che vanno là a proprie spese sfruttando il periodo delle ferie e portandosi gli strumenti.

Il daffare è tanto, e impone ritmi disumani. Ai cancelli, vagliate da un ineffabile portiere in giubbotto jeans, premono masse di disperati, che magari si sono sottoposte a un viaggio di 500 km e si accampano per notti e giorni in attesa del consulto.

L’ultima missione partita consta di chirurghi pediatrici esperti in urologia e nella ricostruzione di genitali, anestesisti, infermiere e dello psichiatra Raffaello Roberti, già presidente della sezione emiliana della Società Italiana di Psichiatria, presente non in veste professionale ma, grazie alla passione ed esperienza letteraria, in qualità di cronista della missione. Le sue osservazioni sfociano nel libro “Un ospedale unico al mondo.”

Quello che colpisce, nelle pagine del libro, è il numero e la varietà di malformazioni che ricordano il nostro Medioevo di storpi e derelitti. Molto è dovuto, ovviamente, alla povertà, alla malnutrizione e alla condizione delle donne. Totalmente sottomesse al potere maschile, sono le ultime a mangiare anche se incinte, dopo il capofamiglia e i numerosi figli maschi e femmine, magari in piedi o accucciate in un angolo della cucina. Alcune storie sono veramente toccanti, come quella di Rini, successa ormai qualche tempo fa ma sempre paradigmatica della condizione femminile e delle tensioni religiose del paese.

Violentata da un ragazzo indù, lei musulmana, tenta, all’oscuro della famiglia, di procurarsi un aborto e si perfora l’appendice. Le conseguenze sono gravissime, e dopo dolorose vicissitudini e interventi sui generis che riducono la famiglia sul lastrico, la ragazza deve girare con il sacchettino delle feci. L’ultima speranza è riposta nell’équipe di medici italiani, che riparano il misfatto e le ridanno il sorriso. La ragazza che incredibilmente, nel frattempo, si è sposata col suo fidanzato musulmano, dovrà girare ancora un anno col sacchetto, in attesa del ritorno della missione, ma alla fine riuscirà a condurre una vita normale.

Non tutte le storie però hanno un happy ending, molte famiglie rifiutano le figlie se imperfette o inadatte a procreare. Così le poverette finiscono per strada dove le attende una morte certa.

Sono molte le figure che ruotano intorno all’ospedale, la formidabile madre Tecla, robusta settantenne di Bergamo sulle cui spalle grava tutto l’istituto, il direttore Carlos, un messicano con baffi e pizzetto che sembra uscito da un western e che invece guida da anni con perizia l’organizzazione nonché lo spericolato pulmino incaricato di prelevare dall’aeroporto le équipe mediche, il missionario laico Rudi, profumato di dopobarba anche ai limiti della jungla, imprenditore di successo fulminato da conversione, che ha deciso di applicare le sue capacità imprenditoriali a una casa-famiglia per orfani. I bambini sono puliti, ben nutriti e sorridenti. È il sorriso l’arma segreta della popolazione, una mitezza che si fa strada nonostante le brutture, il terrorismo reclutato tra le frange di estrema povertà, la malattia e la miseria. Tra le varie piaghe anche un’altissima percentuale di talassemia, che gonfia a dismisura la milza e le pance dei bambini e scassa il cuore. Eppure sorride la gente e sorridono i medici. In questo ospedale unico al mondo, come in un’oasi privilegiata, vengono sospese rivalità e lotte di potere, gerarchie e avidità. Tutti collaborano al fine di curare al meglio e gratuitamente gli ultimi della terra, sopperendo alle carenze dello stato e rimediando dove possibile alle ingiustizie.

Di tutto questo materiale Raffaello Roberti ha montato un agile libretto corredato di eloquenti fotografie, che cattura il lettore con l’intensità delle storie e lo schizzo acuto dei caratteri. Il libro è reperibile presso la Feltrinelli di Via Farini, dove è stato presentato nei giorni scorsi, ed è in vendita al prezzo di 10 euro. Non occorre neanche dire che il ricavato della vendita sarà interamente devoluto all’ospedale, che si regge su donazioni private e sull’autofinanziamento.

Francesca Avanzini

Raffaello Roberti, Un ospedale unico al mondo, p.116, € 10

Elliot Ackerman

Bello di fama e di avventura, per adattare un famoso verso, Elliot Ackerman lo è. Alto, atletico, occhi luminosi e intelligenti, è la star indiscussa dell’autunno letterario. Dopo aver servito otto anni nei marines, combattuto in Iraq e Afghanistan, si è ritirato e messo a scrivere, sia da giornalista (suoi articoli compaiono sulle principali testate americane) che da romanziere, riflettendo in parte nei libri le esperienze di guerra.

“Sono tutte connesse, queste guerre”, dice in occasione di un incontro al Festival della Mente di Sarzana. ”La Siria è una reazione all’invasione dell’Iraq e l’Iraq una reazione, sebbene mal diretta, all’11 settembre, il quale a sua volta è legato all’Afghanistan e giù giù fino alla guerra fredda e alla Seconda guerra mondiale. Quando mi sono accorto che, contrariamente alle guerre di un tempo, la guerra non sarebbe finita mai, ho dichiarato la mia pace separata e deciso che era il momento di fare altro della mia vita.”

C’è chi sostiene che l’unico modo di raccontare la guerra sia il reportage dettagliato, chi preferisce trasmetterne l’essenza tramite la narrativa e personaggi inventati.

“Io faccio entrambe le cose, ma non traccerei una linea netta tra le due. Quel che conta è la buona scrittura e veicolare delle emozioni. Sia che scriva un articolo o un romanzo, opero delle scelte, scarto dei fatti e ne scelgo altri. Come scrittore, nel mio ultimo romanzo ’Il buio al crocevia’ (Longanesi) ambientato sul confine siriano, cerco equivalenti emotivi per far capire la guerra. Dovevo raccontare qualcosa di più semplice e accessibile di un conflitto, così racconto la storia di un matrimonio fallito. Due si mettono insieme credendo in un progetto che poi fallisce. Hanno il cuore spezzato, come chi ha visto fallire la rivoluzione (siriana n.d.r.)”

Tra i personaggi di Ackerman anche un combattente dell’Isis. “Nell’arte l’obiettivo è cercare di capire. Chi sono i combattenti dell’altra parte e quanto abbiamo in comune. Una volta mi sono trovato di fronte a un guerriero di Al Quaida che aveva combattuto in Iraq sull’altro fronte. Quando l’interprete ci ha lasciato per andare in bagno, eravamo imbarazzati come due dodicenni al primo appuntamento. Poi lui prende il mio quaderno, disegna una mappa dell’Iraq e della Siria e vicino a un luogo mette una data. Anch’io ho iniziato a mettere date e abbiamo riempito la cartina, tutti i punti in cui ci eravamo inseguiti. Le date erano le stesse. Avevamo combattuto l’uno contro l’altro? Senz’altro avevo più in comune con lui che con il mio amico interprete. Avevamo avuto le stesse esperienze, non serviva la lingua per capirci. Non ero d’accordo con le sue affermazioni, ma avevamo molto in comune.”.

Lo stesso si può dire del fenomeno dei foreign fighters e perché vogliano andare a combattere per l’Islam. “I generali americani hanno istituito una task force per questo, per cercare di capire. Perché mai un diciannovenne occidentale con una vita confortevole deve andare nel deserto a combattere? Ma con i marines è lo stesso: con i video e la propaganda convincono i ragazzi ad andare a combattere nel deserto. Io capisco perfettamente perché se ne vanno a combattere per un ideale glorioso. Non lo condivido, ma capisco. I paesi occidentali hanno avuto paura di capire. “

Ma Ackerman, personalmente, perché si è arruolato nei marines?

“Finita l’Università, dove ho studiato storia e letteratura, avevo voglia di lavorare, avere delle responsabilità. Sono di buona famiglia, mio padre è un uomo d’affari, mia madre una scrittrice. Ho avuto tanto, volevo dare indietro qualcosa. Ho pensato, dal momento che ho studiato e posso diventare ufficiale, magari i 40 uomini sotto di me hanno più chance di tornare a casa sani e salvi, se faccio il mio lavoro responsabilmente. E no, non è stata la crudeltà della guerra a farmi smettere, anche se la guerra è orribile. Volevo fare altro della mia vita. Proprio perché la guerra è orribile bisogna scriverne. Anche se i libri non dissuaderanno mai la gente dal farla, perlomeno sanno com’è. Siamo delle specie di custodi della memoria.

Francesca Avanzini