Chelys Mons

 

“Chelys Mons” potrebbe tranquillamente, tra le altre cose, essere adottato nelle scuole per motivare gli studenti all’apprendimento della storia, locale e non. Pur non essendo un libro specificatamente per ragazzi, si porta dietro il sapore di quei pomeriggi giovanili passati sul divano sbocconcellando pane, a leggere senza riuscire a interrompersi “Robin Hood”, “I pirati della Malesia”o “I tre moschettieri”. Anche nella narrazione dello scrittore parmigiano Giuliano Serioli, stesso gusto dell’avventura, imboscate, cavalli che procedono nelle faggete calpestando il terreno gelato, cotte di maglia metallica, nodosi archi di legno, comandanti coraggiosi, feudatari e mercanti. E un ritmo serrato che sospinge senza fatica per le oltre quattrocento pagine di cui è costituito il racconto.

L’ambientazione è quella della nostra montagna, in particolare le valli attorno al Monte Caio (chelys, testuggine, in latino) dove-siamo nel primo secolo del primo millennio-sono insediate popolazioni longobarde. Parlano un rude dialetto ancora germanico e, lontane dalle corti, hanno potuto preservare i loro fieri costumi e un cristianesimo ancora venato di paganesimo. Nessuno è schiavo. Ricchi e poveri, nobili e uomini comuni si radunano nelle arimannie, assemblee di pari dove ognuno è libero di esprimere la propria opinione. Economie autosufficienti benché non ricche-tutto viene prodotto all’interno della fara, nelle tipiche case lunghe di legno e sasso -aperte alle merci e alle notizie che si incanalano lungo la Via del Sale o quella Francigena, suscitano la volontà di sottomissione dei feudatari ligi al Papa o dei vescovi-conti fedeli all’Imperatore, nel contesto di quella lotta per le investiture che culmina con l’umiliazione di Enrico III a Canossa nel 1077.

E loro, gli arimanni, a destreggiarsi come i classici vasi di argilla tra alleanze e scaramucce, a giocare di spada e d’astuzia per conservare la libertà.

Su questo sfondo, ineccepibilmente documentato dal punto di vista storico, dalle armi, agli abiti, al cibo, al modo di combattere –e chissà quanta ricerca c’è voluta- si situano quattro personaggi emblematici del Medioevo: il Soldato, lo svevo Milcar che reca in sé le stimmate e la malinconia del gladiatore interpretato da Russel Crowe, il Monaco, il severo Marius stanco di dispute teologiche, il furbo mercante Tellino e il Cavaliere Ulderico, perso dietro nobili ideali, cui si aggiunge la Bella nelle vesti dell’orgogliosa Brunilde dagli occhi verdi e i capelli corvini. Non solo archetipi ma personaggi a tutto tondo, per le pagine del libro si dipana e intreccia la loro parabola esistenziale, si compie la loro personale quest. Tutti, plasmati dalle esperienze, cambiano rispetto a ciò che erano all’inizio, trovando il loro graal, qualunque esso sia. Il loro percorso psicologico è sapientemente seguito nel corso della narrazione e fiancheggiato da vividi comprimari.

E infine la natura, alleata o nemica dei pellegrinaggi e delle scorribande, neve che cade fitta e si ammucchia fino a primavera, arsura che guasta i raccolti, boschi ingemmati pieni di tenera selvaggina a inizio primavera: una dichiarazione d’amore ai nostri monti e alla storia che il territorio racconta.

Si vedrebbe bene un film o una serie televisiva, tratta da questo libro, e sarebbe bello che si muovessero gli enti locali.

Un unico appunto. A volte i personaggi –forse nell’intento di avvicinarceli, o forse a dire che sostanzialmente la natura umana non cambia-esprimono sentimenti e sensibilità troppo moderni. Ma è l’unico neo in una prova davvero bella e ben riuscita.

Francesca Avanzini

Chelys Mons, MUP, pp. 449, € 16

Donne che raccontano storie da ridere

Leggere le due giovani autrici Mari Accardi e Irene Russo, rispettivamente la raccolta “Ma tu divertiti” e il racconto lungo “Via Roma non esiste”, contenuto in “Almanacco 2018” della Quodlibet, mi ha riportato a una conversazione di circa venticinque anni fa con Laura Lepetit e Rosaria Guacci della Tartaruga. Loro sostenevano che i tempi erano maturi in Italia per l’ironia femminile, io che c’era ancora troppo dramma e dolore nella vita delle donne. Avevamo ragione tutte e due, loro che, col fiuto da segugio dei bravi editori, avevano stanato in anticipo la tendenza, io che ancora oggi purtroppo sono suffragata da fatti come l’ondata inarginabile e crescente dei femminicidi.

Nel frattempo però è cresciuta una schiera di umoriste, da Rossana Campo a Paola Mastrocola, a, per dire, Luciana Littizzetto e Lella Costa- che raccontano le loro storie nei libri, oltre che sui palcoscenici- di cui le nostre due autrici sono l’estrema propaggine.

Un altro motivo mi ha riportato al passato, cioè le vicende narrate da Mari Accardi e i loro improbabili, incasinati protagonisti che potrebbero essere fricchettoni, sognatori, amanti dell’avventura di una trentina di anni fa, mentre i giovani d’oggi si vorrebbero tutti casa, coca e start up. Non così la surf couching del primo racconto, l’insegnante volontaria di italiano agli stranieri in un quartiere certo non residenziale di Palermo di “Yo-yo per principianti”, o ancora lo scultore di nasi, o il giovanissimo marocchino venditore di accendini a forma di bottiglia e crocifissi che cambiano colore. Personaggi che si arrabattano, vivono alla giornata, esclusi dal mondo del lavoro per mancanza dello stesso o anche per una nascosta, tenace resistenza al farsi inquadrare. Sempre sfasati rispetto alla realtà, non specializzati e determinati come si dovrebbe essere ai tempi nostri, bensì precari, irregolari, “qualcosisti”, nella definizione di un datore di lavoro. “Perché, tu credevi che fossimo reali?” chiede infine uno dei personaggi.

Eppure lo sguardo di Accardi sulla realtà è spietato, senza illusioni, non sfocato. Coglie il particolare stridente o struggente, l’indicatore di degrado: la pila di mobili vecchi accatastati nel cortile di un ristorante di una qualche pretesa, i bambini con la cresta e l’orecchino che giocano in un cortile sbrecciato, la nonna col girello, il padre pensionato in pantofole e poltrona, lo pseudo albero di Natale adornato con ombrellini da cocktail.

“La vita è uno schifo, ma tu divertiti”, dice un imbonitore da televendita, ed è questa la filosofia del libro. La vita fa accapponare la pelle, meglio stenderci sopra un velo di ironia, giusto per sopravvivere. Come tutti i clown degni di questo nome, da Buster Keaton a Charlie Chaplin, Accardi è serissima ma fa morire dal ridere. E l’allegria non è che l’altra faccia della tristezza.

Di tutt’altro genere l’umorismo di Irene Russo, anche se qualcosa in comune c’è, vale a dire la stralunatezza dei personaggi, che nella Russo escono dal realismo per approdare al surreale. Non a caso il nume tutelare della raccolta che include “Via Roma non esiste” è Ermanno Cavazzoni.

Le dieci sezioni di cui si compone il racconto sono dedicate a Via Roma a Reggio Emilia, in cui l’autrice abita, e ai suoi personaggi veri o inventati. Hanno tutte la stessa struttura: la presentazione del personaggio- che sia l’uomo che stende i panni sul balcone dei vicini con una canna da pesca, la donna che gira con davanti il bastone dei selfie su cui scorrono filmini delle Maldive, la ragazza con l’agenda al contrario- la dichiarazione della specifica utopia, e una citazione sull’utopia di un filosofo, scrittore o scienziato. Nonostante la stralunatezza, c’è fattività: quelli della Russo sono consigli pratici per realizzarla, l’utopia. Perché, per dirla con Victor Hugo, l’utopia deve accettare il giogo della realtà. O, nelle parole di Don Gallo, essa si realizza strada facendo.

Un’ ultima considerazione ci riporta al discorso d’inizio: entrambe le autrici sono palermitane, ed è singolare che dal sud storicamente segnato dalle tribolazioni, dalla greve fatica, venga un umorismo così rarefatto, una leggerezza quasi britannica: segno davvero che i tempi sono cambiati.

I libri verrano presentati sabato 24 alle 18.30 presso la libreria Chourmo di Strada Imbriani, presenti le autrici, nell’ambito del progetto e dell’omonima rassegna “Fragili Guerriere” ideati e curati da Daniela Rossi.

Francesca Avanzini

 

Mari Accardi, “Ma tu divertiti”, Terre di mezzo, pp. 108, € 10,20;

Irene Russo, racconto contenuto in “Almanacco 2018. Rivoluzioni, ribellioni, cambiamenti, utopie”, Quodlibet, pp.199, € 16