Fino a poco tempo fa, il paese aveva due anime, una cattolica e una comunista. A volte si fondevano, dal momento che si trattava pur sempre di due chiese o fedi, a volte divergevano. Gli archetipi di Don Camillo e Peppone sono lì a provarlo. Per quanto riguarda l’immagine della donna, quella dei compagni, certo, era più evoluta, ma entrambe le parti, soprattutto nel privato, pescavano nello stesso atavico retroterra culturale.
Nel suo libro “L’evoluzione dell’immagine della donna nell’Italia degli anni Cinquanta: ‘Vie Nuove’ e ‘Famiglia Cristiana’” (youcanprint, pp.179, € 17) Simona Zannoni, operatrice olistica, laureata in Lettere e Filosofia presso l’Università di Parma, mette a confronto l’idea del femminile così come presentato dalle due riviste-veicolo rispettivamente del PCI e della DC-non esclusivamente rivolte alle donne ma che di donne comunque si occupano.
Se il modello di “Vie Nuove” è la donna sovietica con pochi vezzi, che va a teatro direttamente dopo essere smontata dal lavoro, senza neanche cambiarsi d’abito o pettinarsi, la donna cattolica è l’angelo del focolare. Nelle foto di copertina veste sempre grembiulini pieni di pizzi, oppure aspetta sorridente il marito in eleganti vestaglie; ha sempre a che fare con pargoli e fornelli, è bionda, magra e bella al pari dei suoi figli. E qui un certo prestito dal modello americano è innegabile.
La donna di “Vie Nuove” ha più piglio e indipendenza. È in genere una bellezza bruna e mediterranea, viene mostrata intenta a varie attività sportive o lavorative, persino mentre partecipa a concorsi di bellezza o col viso fiduciosamente rivolto al sol dell’avvenire.
Al confronto dell’immagine della donna vengono specificatamente dedicati solo gli ultimi due capitoli del libro. I precedenti sono una preparazione ad essi, e tracciano storicamente il percorso dell’emancipazione femminile in Italia. Dalla riproduttrice di mussoliniana memoria, ai fermenti e all’attivismo della Resistenza, che sanciscono una momentanea parità e sfociano nella Costituente, dove ben o solamente, a seconda dei punti di vista, ventun donne sono chiamate a legiferare, agli apparentemente piatti anni ‘50. Ribaltando una tesi comune, l’autrice dimostra come quel periodo ritenuto in genere privo di eventi, contenga in realtà tutti quei fermenti che si è soliti attribuire ai ’60. Le donne cominciano a uscire di casa, per lavoro o associazionismo di entrambi i colori politici e a rivendicare faticosamente la loro libertà ribellandosi al costume patriarcale.
