Per l’8 marzo

La consegna era: in queste precarie circostanze storiche e politiche, scrivere qualcosa in difesa dei diritti delle donne, tanto faticosamente conquistati e sempre a rischio di svanire, perché basta un nonnulla a farli vacillare e precipitare di nuovo nei veli neri del patriarcato.

E anche: rendere le giovani donne consapevoli, così che non diano per scontate e naturali come l’aria le libertà di cui godono, frutto invece del duro lavoro delle generazioni precedenti.

Molte delle scrittrici che partecipano qui oggi alla celebrazione dell’8 marzo, si sono accorte di non avere nella loro produzione niente di così specifico, ma è bastata una breve riflessione per capire che tutta la loro opera era politica e in fondo orientata nel senso della consegna.

Così Monica Borettini dedica una poesia ad Artemisia Gentileschi, violentata, oltre che per bestialità, forse anche per essere una pittrice più brava di tanti pittori maschi, e un altro componimento alla Maya Desnuda, come Venere artefice di armonia e portatrice di luce.

Alma Saporito alterna in poesia voci di uomini e donne, oppressori e vittime, come ancora ce ne sono troppe di questi tempi, mentre Stefania Cavazzon attinge ad archetipi femminili e scava intorno al mistero delle sante, delle mistiche e delle visionarie, che tanta parte hanno avuto nella costruzione dell’immaginario medievale e nell’evoluzione del pensiero.

Marina Burani nelle sue indiavolate filastrocche così simili, per temi, alle cose che dipinge, accenna al dolore e all’oppressione femminile, che si fa anche masochismo nel gioco erotico, ma poi stempera il tutto con una buona dose di ironia, la stessa che percorre i componimenti di Rosanna Figna.

Autrice poliedrica, Figna passa dagli aforismi, all’erotismo, all’impegno, e immagina qui per noi i pensieri, o forse le impressioni, di una bambina appena nata che, come la creatura di Dalla, potrebbe chiamarsi Futura.

Maria Pia Quintavalla è poetessa affermata, e da sempre scava nei rapporti famigliari e nella complessa eredità tra madre e figlia. Così facendo, trascende il personale, e la sua opera si fa specchio e manifesto delle generazioni a cavallo tra gli anni ’50 e ’60.

Teresa Giulietti parla di emancipazione e, pure lei, del filo che lega le generazioni, oltre che dell’importanza della parola che, se ben usata, diventa strumento di illuminazione e rivoluzione.

Simona Zannoni, nella sua ricerca storica, ricorda come vivevano le donne negli anni ’50, schiacciate tra la chiesa che ributtava, o meglio, proiettava su di esse colpe che non avevano, e partiti di sinistra che, pur favorendo in teoria l’emancipazione, non la rendevano poi così facile o indolore.

Francesca Avanzini propone lo stesso tema-le rigide e oppressive educazioni degli anni ’50-’60, pur con la loro quota di positivo- dal punto di vista letterario e non storiografico.

Autrici, come si vede, molto diverse tra loro, che usano tecniche e temi differenti, e che pure danno un’idea della vitalità letteraria femminile di Parma, così poco coperta dall’informazione pubblica. E che oggi si trovano qui per collaborare a creare quell’armonia di cui solo le donne sono capaci.

Per qui si intende l’Oratorio di S.Quirino, Via Ospizi Civili 1, Parma, nell’ambito dell’evento “Donne in mostra” a cura di Pantarei e Fragili Guerriere h 18.30