La Bambina

Il successo, la gloria letteraria non sono che pallide compensazioni per non poter avere una vita normale. È così da che mondo è mondo. Mai, che si sappia, o molto raramente, la felicità è stata una buona molla per l’arte. Per le donne un rapporto disturbato con la madre è stimolo alla scrittura, come se la scrittura potesse colmare il vuoto che il mancato affetto, o un affetto dato in modo non consono, ha lasciato. È stato così per molte autrici, da Sylvia Plath a Jane Austen, allontanata da casa per lunghi periodi. Il libro “La Bambina” di Franca Rovigatti ne è l’ennesima riprova.

Certo, non tutte quelle che hanno un cattivo rapporto con la madre scrivono, bisogna avere dentro la scintilla, il seme, attivato da un difficile scambio con chi ci ha dato la vita.

La madre della protagonista è fragile, soggetta ad esaurimenti, spesso ricoverata per lunghi periodi in cliniche per malattie nervose. Il padre è algido e assente.

La bambina viene trasferita dagli zii, e tutta la prima infanzia è un andirivieni tra la casa dei genitori e quella degli zii. “Perché proprio io?” si chiede la bambina. I fratellini sono stati tenuti, lei mandata dagli zii. Gli zi sono amorevoli, provvedono affetto e beni materiali, oltre che un elevato tenore di vita e stimoli culturali, ma non è come stare con la propria famiglia. Forse la bambina è stata cattiva, per questo l’hanno mandata via. Attenzione, sono anni, quelli tra i ’50 e i ’60 del secolo scorso, dove per “cattiva” si deve leggere “viva”. La vivacità femminile non è ammessa. Se una bambina corre, salta, fa quei giochi che un tempo venivano definiti “scalmanati”, è cattiva, e non importa quanto gentile sia d’animo. Vanno le bambine stucchevoli, magari vipere dentro, ma che non disturbano i genitori. Sempre composte, altro termine che forse non si usa più, e ben pettinate. Come la sorellina più piccola dell’autrice.

Che invece è un capitano, una leader, una che da grande vuole l’esploratrice o la grande scrittrice, insomma, impadronirsi di territori maschili. Bisogna addomesticarla. Così la zia, pugno di ferro in guanto di velluto, provvede a quietarla, farle fare cose da femmina.

Oltre al senso di colpa, la bambina sviluppa un doppio legame: in una casa è apprezzata e persino incensata per quello che fa, posta al centro del mondo, nell’altra, per le stesse ragioni, è disprezzata e presa in giro. L’incertezza esistenziale si radica su queste basi. Per attutire l e dolorose sensazioni la bambina comincia a mangiare. Il cibo è consolazione e protezione, mentre si mangia non si sente niente, solo piacere, e il grasso mette uno strato, una distanza, tra sé e il mondo. Gli zii, poi, sono molto cattolici, e in casa vige l’edificante pensiero che la bellezza esteriore non conta. Così la Bambina diventa la Bambona.

Perché uno dovrebbe leggere un simile libro? Innanzitutto per il primo motivo per cui si leggono i libri: perché è scritto benissimo, con prosa limpida ed essenziale, che scolpisce cose e persone nella luce archetipa dell’infanzia, con la potenza delle prime rivelazioni. Tutte e tutti possono identificarsi con esse. Secondariamente perché, e qui si parla soprattutto di donne, ma non solo, non occorre un rapporto turbato con la madre per sentirsi inadeguate. La società ancora oggi tende alle donne centinaia di trappole per farle sentire non all’altezza. Ecco dunque un altro motivo di identificazione. Terzo: come molte donne che impiegano, anche terapeuticamente, la scrittura autobiografica, pure quella di Rovigatti non rimane fine a se stessa, ma fornisce un preciso ritratto della società degli anni a cavallo tra i ’50 e i ’60, con i suoi pregiudizi, le sue ingiustizie, ma anche l’agio, le certezze, l’eleganza (perlomeno in certi ambienti) che il ’68 di lì a poco avrebbe spazzato via. Il ritratto dell’artista da giovane è anche il ritratto della giovane società italiana. Quarto e non ultimo, le ispirate illustrazioni, anch’esse opera di Rovigatti. Le arti non vengono mai sole, spesso chi scrive anche disegna, il segno si manifesta su più piani.

Infine mi sia consentito aggiungere una nota personale. Questa biografia è come se l’avessi scritta io, non solo perché ho scritto anch’io una specie di biografia, ma perché alcuni pezzi sono proprio identici, sovrapponibili, neanche avessimo copiato l’una dall’altra (mentre si può dire che non ci conosciamo) o fossimo gemelle astrali: stupefacente.

“La Bambina” (edizioni del verri, pp. 123, € 14) verrà presentato sabato 2 marzo alle ore 18 presso l’enolibreria Chourmo di Via Imbriani. L’evento è a cura di Daniela Rossi.

Francesca Avanzini