Donne che raccontano storie da ridere

Leggere le due giovani autrici Mari Accardi e Irene Russo, rispettivamente la raccolta “Ma tu divertiti” e il racconto lungo “Via Roma non esiste”, contenuto in “Almanacco 2018” della Quodlibet, mi ha riportato a una conversazione di circa venticinque anni fa con Laura Lepetit e Rosaria Guacci della Tartaruga. Loro sostenevano che i tempi erano maturi in Italia per l’ironia femminile, io che c’era ancora troppo dramma e dolore nella vita delle donne. Avevamo ragione tutte e due, loro che, col fiuto da segugio dei bravi editori, avevano stanato in anticipo la tendenza, io che ancora oggi purtroppo sono suffragata da fatti come l’ondata inarginabile e crescente dei femminicidi.

Nel frattempo però è cresciuta una schiera di umoriste, da Rossana Campo a Paola Mastrocola, a, per dire, Luciana Littizzetto e Lella Costa- che raccontano le loro storie nei libri, oltre che sui palcoscenici- di cui le nostre due autrici sono l’estrema propaggine.

Un altro motivo mi ha riportato al passato, cioè le vicende narrate da Mari Accardi e i loro improbabili, incasinati protagonisti che potrebbero essere fricchettoni, sognatori, amanti dell’avventura di una trentina di anni fa, mentre i giovani d’oggi si vorrebbero tutti casa, coca e start up. Non così la surf couching del primo racconto, l’insegnante volontaria di italiano agli stranieri in un quartiere certo non residenziale di Palermo di “Yo-yo per principianti”, o ancora lo scultore di nasi, o il giovanissimo marocchino venditore di accendini a forma di bottiglia e crocifissi che cambiano colore. Personaggi che si arrabattano, vivono alla giornata, esclusi dal mondo del lavoro per mancanza dello stesso o anche per una nascosta, tenace resistenza al farsi inquadrare. Sempre sfasati rispetto alla realtà, non specializzati e determinati come si dovrebbe essere ai tempi nostri, bensì precari, irregolari, “qualcosisti”, nella definizione di un datore di lavoro. “Perché, tu credevi che fossimo reali?” chiede infine uno dei personaggi.

Eppure lo sguardo di Accardi sulla realtà è spietato, senza illusioni, non sfocato. Coglie il particolare stridente o struggente, l’indicatore di degrado: la pila di mobili vecchi accatastati nel cortile di un ristorante di una qualche pretesa, i bambini con la cresta e l’orecchino che giocano in un cortile sbrecciato, la nonna col girello, il padre pensionato in pantofole e poltrona, lo pseudo albero di Natale adornato con ombrellini da cocktail.

“La vita è uno schifo, ma tu divertiti”, dice un imbonitore da televendita, ed è questa la filosofia del libro. La vita fa accapponare la pelle, meglio stenderci sopra un velo di ironia, giusto per sopravvivere. Come tutti i clown degni di questo nome, da Buster Keaton a Charlie Chaplin, Accardi è serissima ma fa morire dal ridere. E l’allegria non è che l’altra faccia della tristezza.

Di tutt’altro genere l’umorismo di Irene Russo, anche se qualcosa in comune c’è, vale a dire la stralunatezza dei personaggi, che nella Russo escono dal realismo per approdare al surreale. Non a caso il nume tutelare della raccolta che include “Via Roma non esiste” è Ermanno Cavazzoni.

Le dieci sezioni di cui si compone il racconto sono dedicate a Via Roma a Reggio Emilia, in cui l’autrice abita, e ai suoi personaggi veri o inventati. Hanno tutte la stessa struttura: la presentazione del personaggio- che sia l’uomo che stende i panni sul balcone dei vicini con una canna da pesca, la donna che gira con davanti il bastone dei selfie su cui scorrono filmini delle Maldive, la ragazza con l’agenda al contrario- la dichiarazione della specifica utopia, e una citazione sull’utopia di un filosofo, scrittore o scienziato. Nonostante la stralunatezza, c’è fattività: quelli della Russo sono consigli pratici per realizzarla, l’utopia. Perché, per dirla con Victor Hugo, l’utopia deve accettare il giogo della realtà. O, nelle parole di Don Gallo, essa si realizza strada facendo.

Un’ ultima considerazione ci riporta al discorso d’inizio: entrambe le autrici sono palermitane, ed è singolare che dal sud storicamente segnato dalle tribolazioni, dalla greve fatica, venga un umorismo così rarefatto, una leggerezza quasi britannica: segno davvero che i tempi sono cambiati.

I libri verrano presentati sabato 24 alle 18.30 presso la libreria Chourmo di Strada Imbriani, presenti le autrici, nell’ambito del progetto e dell’omonima rassegna “Fragili Guerriere” ideati e curati da Daniela Rossi.

Francesca Avanzini

 

Mari Accardi, “Ma tu divertiti”, Terre di mezzo, pp. 108, € 10,20;

Irene Russo, racconto contenuto in “Almanacco 2018. Rivoluzioni, ribellioni, cambiamenti, utopie”, Quodlibet, pp.199, € 16

 

A casa di Jane Austen

Jane Austen era rimasta nel grembo materno più a lungo dei canonici nove mesi. Sembra che ciò determini un busto lungo e cagionevolezza nei primi anni di vita. La prima caratteristica la Austen la mantenne nel tempo, dato che era una donna alta e magra, un metro e settanta contro una media femminile del tempo di 1.57. Il dato si ricava dallo studio svolto da una storica della moda su una pelisse (specie di vestaglia da casa e da esterno) marrone quasi certamente appartenuta alla scrittrice. Il prolungato soggiorno nell’utero sembra sia causa anche di un carattere difficile, e se Jane lo mostrò raramente agli altri, con sporadici scoppi d’ira, certo il rapporto con la madre non fu idilliaco (mai le madri sono figure positive nei suoi romanzi, mentre lo sono le pseudo –madri o madri di elezione) al punto che a soli otto anni fu mandata a studiare fuori casa, come già era stato allontanato-ma lui definitivamente-uno dei fratelli sofferente di epilessia. D’altra parte l’istituto dell’adozione era frequente in epoca georgiana.

È ricchissimo di particolari “A casa di Jane Austen” di Lucy Worsley, curatrice del palazzo di Kensington e di altre dimore storiche, un volume di 477 pagine scorrevole come un romanzo che ricostruisce nei dettagli la vita della scrittrice a partire dalle case che occupò. La preoccupazione e l’interesse che molte delle sue eroine mostrano per le case, rispecchiano quelli dell’autrice. “Zitella” e non economicamente indipendente, poteva sempre essere scacciata da casa sua. Cosa che difatti avvenne quando dovette lasciare l’amata canonica di Steventon dove era nata alla numerosa famiglia del fratello James, e vagare in cerca di ospitalità fino a nuova sistemazione

Da dentro a fuori, dall’animo dell’autrice alle sue preferenze culinarie (stufato di vitello e montone con fagioli) esaminando parallelamente i suoi romanzi, la Worsley fornisce un ritratto a tutto tondo non solo della scrittrice ma anche di un’epoca, ricostruendo ambienti e atmosfere, e mostrando come davvero l’intera vita della Austen si riversi nei suoi romanzi. Imprescindibile per tutti i Janeites.

 

A casa di Jane Austen, Neri Pozza, pp. 477 € 19