Carlo Levi

Non è di facile lettura o collocazione “Paura della libertà” di Carlo Levi. Di taglio antropologico, il saggio è necessariamente politico per le conclusioni a cui giunge.

Fu scritto tra il 1939 e il 1940 sulla spiaggia atlantica di La Baule, dalla quale l’autore assisteva agli inizi della guerra, sbocco inevitabile di “quella crisi che aduggiava la vita d’Europa da decenni” e del contrasto tra il leviatano nazista e altri assetti di governo.

Più che analizzare le cause della crisi, Levi intende trovare il minimo comune denominatore di tutte, e lo rinviene “nell’animo stesso dell’uomo”. Quello che scrive è un “poema filosofico”, appassionato e profetico, ricco di spunti ancora attuali.

È il terrore dell’indifferenziato, della massa informe, del caos, dell’oscuro prenatale, del sacro, in una parola, che spinge l’uomo a “a far dei miti, riti; del desiderio, matrimonio”, a tradurlo in leggi, preghiere, formule, incanalarlo in un ordine e un dicibile. La religione muta il sacro in sacrificale, crea idoli, simboli visibili di un inesprimibile. E chi più sacro, e come tale sacrificabile, dello straniero e dell’ospite? E ancora, se lo Stato è dio, tutti gli uomini sono servi, ma qualcuno più di altri “dovrà …portare sulle sue spalle, vittima consacrata, la divinità dello Stato”. Di nuovo lo faranno gli stranieri, che lo siano per origine o per esercitare una funzione considerata estranea e servile, per esempio il commercio in tempi in cui l’unica disciplina nobile è la guerra. Gli ebrei erranti e senza idoli furono schiavi in Egitto come stranieri e come pastori.

Più oltre: “Confusione di diritti, di popoli, di razze, di nazioni, di lingue, di dei: ritorno di tutti alla muta uniformità del sacro”, tale è l’impero romano nella sua decadenza. Forse che questa paura del mischiarsi non ha echi anche oggi?

Ma c’è un punto di mediazione tra l’universale indifferenziato e l’individualismo arido e cristallizzato: la passione. Libertà nella passione, non dalla passione, suggerisce Levi. Passione da cui gli uomini sono spaventati, perché è più comodo e facile dire di sì a un padrone, ma unica prospettiva di libertà.

Paura della libertà, Neri Pozza, pp. 154, € 15

Sarah Vaughan

È in cima da mesi alle classifiche inglesi, o almeno così recita la quarta di copertina, “Anatomia di uno scandalo” di Sarah Vaughan, eppure qua e là si trascina un po’ stancamente, mostrando troppo la tecnica di costruzione, con la scena clou esattamente nel mezzo e il montaggio alternato e un po’ scontato dei vari personaggi. Nonostante ciò, questo legal thriller inglese molti pregi li ha, primo fra tutti il richiamare l’attenzione sul tema vischioso del consenso, quando cioè un rapporto, anche tra persone che hanno una relazione, possa considerarsi stupro e quando no, in secondo luogo il sottolineare l’ambiguità dell’animo umano, anche quello delle persone a noi più vicine, che crediamo di conoscere alla perfezione e che invece potrebbero riservarci delle sorprese buone o cattive. Entrambi i punti si attagliano a James Whitehouse, fascinoso quanto arrogante uomo politico molto vicino al primo ministro. Ricco, di ottima famiglia, bella moglie e bei figli, viene accusato di stupro dalla sua segretaria/amante piantata in asso, mentre ci sono persone là fuori che vorrebbero fargliela pagare per oscuri episodi del passato, così che tutta la sua carriera rischia di afflosciarsi sotto il peso dello scandalo, gettando ombra anche sulla sua parte politica. Una situazione che non può non dirsi attuale.

Altri “più” del libro sono le rilassanti-e rinfrescanti, se se ne legge d’estate-atmosfere inglesi, le stanze oxfordiane rivestite di boiserie scure, i cuoi scalfiti, le guglie svettanti dei college e gli antichi chiostri, e poi l’Old Bailey, il maestoso tribunale londinese, le toghe e le parrucche. Gare di canoa sul fiume, biblioteche odorose di vecchia pergamena, ma anche famigerate consorterie di studenti rampolli delle classi alte che per tradizione devastano bar ubriachi persi e molestano cameriere. E da ultimo il riuscito scavo psicologico dei personaggi e delle loro motivazioni, con la spruzzata del “ma come sono toste le donne” di prammatica di questi tempi e che chi scrive non può comunque che approvare.

Anatomia di uno scandalo, Einaudi, pp. 375, € 19